venerdì 28 settembre 2018

Storico, e seicentesco...


Un paio di citazioni sulla scelta del romanzo storico e del Seicento: 
«Per indicarvi brevemente la mia idea principale sui romanzi storici e mettervi così sulla via per rettificarla, Vi dirò che li concepisco come la rappresentazione di uno stato determinato della società per mezzo di fatti e di caratteri così simili alla realtà che li si possa ritenere una storia veritiera appena scoperta. Quando vi si mescolano avvenimenti e personaggi storici, credo che bisogni rappresentarli nella maniera più strettamente storica; così, ad es., Riccardo Cuor-di-Leone mi sembra difettoso nell’Ivanhoe». (Lettera a Claude Fauriel, 3 novembre 1821)
«Le memorie che ci restano di tale epoca presentano e ci fanno supporre una situazione sociale veramente straordinaria: il governo più arbitrario combinato con l'anarchia feudale e l'anarchia popolare; una legislazione stupefacente per ciò che prescrive e per ciò che lascia intendere, o che descrive; una ignoranza profonda, feroce, e presuntuosa; classi sociali aventi interessi e norme opposte; alcuni eventi poco noti, ma affidati a scritti degnissimi di fede, e che testimoniano il grande sviluppo di tutto ciò; infine una peste, che ha dato occasione alla scelleratezza più consumata e sfrontata, ai pregiudizi più assurdi e alle virtù più commoventi».
(Lettera a Claude Fauriel, 29 maggio 1822)

L'Italia dopo il trattato di Cateau-Cambrésis (1552)

Per ascoltare gratuitamente l'audiolibro dei Promessi Sposi, letto benissimo da tre attori eccezionali, vi consiglio le puntate di Ad alta voce di Rai Radio 3. Bisogna fare, se non l'avete, la registrazione a RaiPlayRadio...

venerdì 21 settembre 2018

I Promessi Sposi, per cominciare


Il romanzo di Alessandro Manzoni intitolato I Promessi Sposi è stato scritto con difficoltà e grandi ripensamenti. 

La prima stesura, che lo scrittore milanese allora trentaseienne inizia a stendere a mano (e come, se no?), risale agli anni tra il 1821 e il 1823. Non ha e non avrà mai un vero titolo, visto che Manzoni non l'ha mai voluta pubblicare, ma per convenzione* viene citata indicando il nome dei suoi protagonisti, gli sposi Fermo e Lucia. La trama c'è già praticamente tutta, ma è un romanzo più "carico": ad esempio i cattivi sono molto cattivi e alcune vicende più dettagliatamente macabre, perchè così erano scritti molti romanzi che andavano per la maggiore all'estero, che Manzoni conosceva bene.

Manzoni tuttavia non è soddisfatto, e ben presto lo riscrive interamente: la seconda stesura, questa sì pubblicata in tre volumi nel 1827, è quindi alleggerita di molto in alcune parti e uniformata nella lingua: da un lato, cioè, Manzoni taglia le parti più scabrose e "modaiole" e un lungo inserto storiografico* sulla peste del Seicento a Milano, dall'altro, ne uniforma la lingua eliminando le voci dialettali, certo forse più realistiche, ma poco comprensibili fuori dalla Lombardia. In particolare, sceglie di usare una lingua simile a quella dei libri classici, su un modello toscano "letterario" e non utilizzato nel parlato da secoli, per non dire forse mai. Per questa prima edizione Manzoni sceglie un vero titolo: I Promessi Sposi.
E' un grande successo: le prime duemila copie vanno a ruba (è un modo di dire: vengono vendute a un prezzo variabile, 12 lire su carta economica, 20 su carta di pregio, e se le comprano soprattutto i borghesi più benestanti); a dicembre del 1827 il romanzo viene ristampato ben otto volte e da otto editori diversi, anche se non sempre - e su questo torneremo tra un po' - Manzoni ci guadagna dei soldi.

Ma il nostro autore, con tutti i suoi tormenti e le sue insicurezze psicologiche, non è ancora soddisfatto.
In particolare, e nonostante il buon successo editoriale, capisce che la lingua è il suo punto debole. Come accade in Francia e in tutta Europa, perchè non svecchiare il modo di scrivere (e leggere!) degli italiani, e passare a una lingua viva, parlata davvero, più ricca di umanità e sfumature moderne?
Allora riprende in mano i tre volumi già pubblicati e comincia a riscriverli per intero usando la lingua parlata dalla gente a Firenze - città colta, con grande tradizione anche letteraria. Per lui è come una lingua straniera, o quasi. Ha bisogno di impratichirsi parlandola e ascoltandola parlare, e a Firenze si trasferisce per qualche mese, come faremmo noi per perfezionare una lingua straniera o un altro dialetto.

La terza stesura e seconda edizione del romanzo viene perciò pubblicata nel 1940. I critici la chiamano "quarantana" (mentre quella del '27 "ventisettana"). Anche questa edizione è un grande successo editoriale, che però soffre ancora più della prima di un problema terribile per gli artisti: escono infatti moltissime copie pirata, perchè in Italia, in questo periodo, la legge sul diritto d'autore  tutela poco gli scrittori: basta stampare il libro in una tipografia di un altro Stato della penisola e il gioco è fatto. Manzoni si dispera a vuoto, idea alcune strategie editoriali che spiazzino gli editori  (ad esempio il romanzo non esce tutto in una volta ma a singoli fascicoli periodici) ma perde comunque moltissimo denaro. Non che avesse problemi economici, ma la rabbia lo divora.

Trasformazioni linguistiche a parte (aspetto ovviamente fondamentale), il vero colpo di genio di un Manzoni davvero "moderno" è quello di far uscire il libro con un'impaginazione accattivante, curata e alla portata di un pubblico più vasto e curioso, che magari aveva già in casa la ventisettana, ma non può lasciarsi sfuggire questa novità strepitosa: Manzoni chiede infatti la collaborazione di un bravissimo illustratore torinese, Francesco Gonin, e insieme costruiscono un libro mai visto prima (del resto, senza film in costume...). Ogni parte del romanzo è accompagnata da un disegno che fa vedere - letteralmente - ai lettori ciò che forse non avevano mai visto: i personaggi, le case, i paesaggi, i vestiti del Seicento. Ogni pagina è pensata dal punto di vista grafico, perchè sia leggibile, bella a vedersi, chiara e ben proporzionata nelle sue parti. Insomma un libro nuovo, in tutti i sensi.


Un dettaglio non da poco, in apparente contrasto con quanto raccontato fin qui (sul quale torneremo bene in quinta), è la scelta di aggiungere al romanzo la Storia della colonna infame: si tratta del resoconto, basato rigorosamente su documenti storici, di un episodio accaduto a Milano durante la peste del Seicento, ovvero il drammatico processo a due persone innocenti, accusate di essere "contagiatori" di professione o, come dice Manzoni, "untori" e giustiziati nel 1630. E', un po' rielaborata, la digressione* che Manzoni aveva eliminato nella ventisettana, che stavolta sceglie di pubblicare in appendice* al romanzo, per darle evidenza senza appesantire la narrazione (ai suoi lettori, come è evidente, ci pensava!). 

Per ora, è tutto (e non è poco...)!

* L'asterisco indica alcune parole difficili forse da cercare nel vocabolario e imparare... insomma da capire bene.


venerdì 1 giugno 2018

Letture per l'estate 2018 - Scienza

Dopo i romanzi (insomma, le storie raccontate...), piccola selezione di saggi di divulgazione scientifica, scelti da una non-scienziata ma approvati da chi sapete voi.

1. Intanto nella categoria "neuroscienze" (la più intrigante, per quanto mi riguarda), il più famoso libro di Oliver Sacks, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, del 1985: prosopagnosia, sindrome di Tourette, sindrome di Korsakoff e dell'arto fantasma... scientifico, filosofico, molto umano.


Dello stesso autore, ho suggerito anche Vedere voci, esplorazione avvincente e interessantissima sul mondo dei sordi.


2. Categoria "storia-geografia-antropologia": l'illuminante saggio di Jared Diamond (in realtà ornitologo) Armi, acciaio e malattie, che prova a dare una risposta scientifica alla domanda delle domande: perchè i "bianchi" hanno dominato il mondo e gli altri no. Un libro anche discusso, come tutti i libri intelligenti e coraggiosi, e scritto benissimo.


3. Per abili concorrenti del Premio Asimov come voi, è il momento di leggere per davvero le Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, del 2014, per la loro semplicità, efficacia, chiarezza. E brevità.


4. Chimica: sulla tavola periodica, oltre ai bellissimi racconti di Primo Levi, ci racconta fantastiche storie vere Sam Kean, in un saggio divertente e molto ben scritto, La scomparsa del cucchiaino, del 2010. Il cucchiaino che scompare nel the è fatto di gallio, ma gli elementi, e le storie che vi compaiono nelle pagine saranno moltissime.


5. Biologia: la mitica prof TX ci consiglia un libro intrigante fin dalla copertina, Il sorriso del fenicottero del pioniere della divulgazione scientifica Stephen Jay Gould (uscito nel 1985). Un classico.


6. Infine, un libro trasversale, che ci aiuta in modo chiarissimo a difenderci da abbagli, ciarlatanerie, oscurantismo e affari altrui: La cattiva scienza di Ben Goldacre, del 2008. 

Contro la disinformazione scientifica, bello anche il suo intervento su TED


La selezione è parziale e - come tutte le altre - molto soggettiva! Ma è un punto di partenza, perchè l'anno prossimo di scienza e scrittura di scienza riparleremo, e leggerne fa bene sempre.  

Letture per l'estate 2018 - Romanzi e Storie

Eccoci qui.
La regola, ma già lo sapete, è questa: tre libri a vostra scelta, non uno di meno ma molti di più chi volesse. Tra questi, oppure, partendo da questi, attraverso altre piste che possiamo anche scegliere insieme.

Riprendo l'ordine seguito in classe, con qualche altro link che mi (o ci) è venuto in mente.

E quindi:

1. Fondamento della modernità (scienza, etica, doppio, seduzione del male): Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr Jekyll e Mr Hyde, 1889


2. Potentissimo (il marinaio sexy, ignorante, acuto e ambizioso che diventa intellettuale per amore e...): Jack London, Martin Eden, 1902 (qui vi consiglio l'edizione Feltrinelli, ma vedete voi).


Pure bellissimi gli altri libri di London: la storia del Vagabondo delle stelle ha intrigato subito V. , ma anche Il tallone di ferro...

3. Il più efficace (forse) tra i romanzi sulla Grande Guerra - occhio all'anniversario del '18! Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1927


Vi ricordo anche lo splendido film di Stanley Kubrick tratto da questo romanzo autobiografico: Orizzonti di gloria

4. Bellissimo da leggere a 18 anni (o giù di lì), quando si cerca: Hermann Hesse, Siddhartha, 1922 . esiste solo l'edizione Adelphi, ma è un piacere possederla. 

«Quando qualcuno cerca, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca, e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla, in sé, perché pensa sempre unicamente a ciò che cerca, perché ha uno scopo, perché è posseduto dal suo scopo. Cercare significa: avere uno scopo. Ma trovare significa: essere libero, restare aperto, non avere scopo»
5. Favola politica crudelissima, e molto adulta: George Orwell, La fattoria degli animali, 1945 (Tutti gli animali - come gli alunni - sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri).



6. Ancora fantapolitica, fantastoria, nella più potente delle distopie: George Orwell, 1984, 1947




Come suggeriva V., a questo libro leghiamo altre due splendidi romanzi distopici: Ray Bradbury, Fahrenheit 451 e Aldous Huxley, Il mondo nuovo che nel 1932 parla di eugenetica, controllo mentale e uso distorto della scienza. 
Aggiungo qui anche Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood, da cui è stata tratta la serie TV omonima. Tutti da leggere!

7. Il primo romanzo onesto, poetico e indimenticabile sull'essere "giovani": J.D. Salinger, Il giovane Holden, 1951 - nella traduzione del  2014 di Matteo Colombo



8. Un grande-piccolo racconto sull'essere "vecchi", e continuare a lottare, ma anche sul rapporto con la natura e gli animali: Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare, 1952



9. Il tema sempre attuale del razzismo, della paura del diverso, del "buio", visto con gli occhi di una bambina: Harper Lee, Il buio oltre la siepe, 1960 (non farsi spaventare dall'inizio un po' in salita!).


10. Altro inizio in salita, ma coraggio, diventa un libro bellissimo ambientato nei labirinti di Gerusalemme, dell'amore e della droga: David Grossman, Qualcuno con cui correre, 2002.


11. San Diego, California: un ex mafioso surfista cerca di diventare una brava persona ma viene raggiunto dal suo passato: brillante e avvincente. Don Winslow, L'inverno di Frankie Machine, 2006


12. «Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 16 dicembre 1973»: Alice Sebold, Amabili resti, 2002 (lasciar perdere il film, o superarlo). 



Sulla violenza subita e raccontata da Alice Sebold, abbiamo nominato il suo Lucky («fortunata»), duro, durissimo. 

13. Non si può, onestamente, non leggere una cosa almeno di Stephen King. Io preferisco il classico Misery e i racconti di Stagioni diverse (non horror, scritti benissimo). Ma ce n'è molti altri, ad esempio Joyland, scelto da A.





14. Anche questo scelto da A., ma pure da me: uno degli scrittori più veri, che non si può non amare da matti, John Fante, nelle storie di Arturo Bandini, da Aspetta primavera, Bandini (del 1938) a Chiedi alla polvere (del 1939)...




15. Sembra davvero bello, anche per l'uso delle foto d'epoca, il fantasy di Ransom Riggs, La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine (e anche qui, lasciate perdere il film...). 




16. Scelto da E., e probabilmente imperdibile, l'autobiografia di Helga Schneider, Il rogo di Berlino, del 1995 - mi ha convinto!



17. Un romanzo forte, sull'amore che distrugge e sulla follia che abbiamo dentro di noi: Patrick McGrath, Follia, 1996



 18. Altra inspiegabile follia, da leggere in una sera, con ansia crescente e complimenti all'autore, Kevin Brooks, Bunker diary, 2013 



19. Un padre e un figlio piccolo persi nell'apocalisse: devastante e commovente, Cormac McCarthy, La strada, 2006.



20. Non è un'apocalisse ma un'epidemia di polio negli anni '40 lascia sconvolti comunque. A raccontarne una storia, nel suo Nemesi, è il bravissimo Philip Roth, strepitoso scrittore americano morto pochi giorni fa (ma l'avrei scelto comunque). 



21. Una storia vera e pulsante: l'autobiografia più famosa e intelligente del mondo dello sport, Open di André Agassi. Ovvero, può un supercampione di tennis detestare il tennis, e se stesso? 



22. Un modello di scrittura brillante, un racconto di viaggio assurdo: l'inarrivabile (nel suo genere) David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, del 1997



23. Due fumetti imperdibili, capolavori del genere (graphic journalism e graphic novel), "costano" in tutti i sensi ma valgono la pena: Joe Sacco, Palestina e David B., Il grande male. La tragedia palestinese e l'epilessia (grave) come nessuno li ha mai raccontati. 




Vi ricordo anche il suggerimento di metodo: andate in libreria (diamo lavoro ai librai - boicottiamo la grande distribuzione e le internet company!) - chiedete se ci sono più edizioni dello stesso libro (o andate preparati facendo figuroni) - fatevele dare - annusatele e soppesatele - leggete l'incipit e scegliete quello che vi cattura di più. Con questi libri non avrete molta scelta, perché quasi tutti hanno un'unica edizione, ma vale come consiglio per la vita!

Buone letture ❤

sabato 5 maggio 2018

Andreuccio e le altre


Per ascoltare letture di tutte le novelle del Decameron, il sito più comodo e usabile è liberliber in cui si possono ascoltare tutte, ma proprio tutte le novelle (qui l'indice).

Davvero ben fatte e speciali, perchè lette da attori di teatro con molta più espressività, sono quelle del ciclo di puntate di «Ad alta voce» programma di Rai Radio 3 che da anni rende disponibili gratuitamente audioletture di veri capolavori (qui l'elenco dei podcast, ce n'è per tutti!). Non sono scaricabili tutte le novelle, ma trovate le avventure napoletane di Andreuccio da Perugia (II, 5) in due parti, alle puntate 4 e 5; la bellissima e tragica storia di Lisabetta da Messina (IV, 5) alla puntata 7; la «presta parola» di Chichibìo (VI, 4) alla puntata 9. Rispetto alle nostre lezioni mancano quindi le novelle di Landolfo Rufolo e di Peronella, meno famose.
Per raiplay (e la sua app) è necessario (e lo dico in generale!) avere l'account gratuito, per questa e altre mille meraviglie che la nostra TV e radio pubblica - incredibile ma vero - ha collezionato nei suoi decenni di storia; ma credo e spero che lo abbiate già. In ogni caso ci si mette un attimo e si possono trovare, con Ingegno e anche Fortuna, tesori che neanche Landolfo nella famosa cassa.

Il testo della novella di Andreuccio da Perugia lo avete (anche) sul manuale, annotato: vi consiglio di riascoltare leggendo, o viceversa, e segnarvi ogni dettaglio significativo per analizzare il testo e confrontarlo con la novella precedente.

Facilmente su Youtube potete vedere o rivedere (o finire di vedere...) la mitica faccia e voce di Ninetto Davoli nel Decameron di Pasolini, Orso d'Oro a Berlino nel 1971, film "scandaloso" e sovente censurato, come del resto moltissime cose di Pasolini, che comprende anche le storie di Lisabetta e Peronella.




mercoledì 11 aprile 2018

Le nostre guerre sporche

Da Sarajevo a Douma quelle sporche guerre sporche


AMEER ALHALBI VIA GETTY IMAGES - 2016

Dal 1945 nessuna grande potenza ha ufficialmente aperto un conflitto con un’altra nazione Ma almeno 40 Paesi hanno vissuto una “dirty war”. E sono morte milioni di persone
di Vittorio Zucconi (La Repubblica, 9 aprile 2018)

WASHINGTON «Ci sarà – cinguetta al mattino di sabato il presidente americano Trump su Twitter rivolgendosi a Putin, ad Assad, all’Iran – un grande prezzo da pagare» per l’ennesima strage di innocenti gassati in Siria, ma nessuno, neppure Trump, dice o sa “che cosa” possa essere questo prezzo.
Sappiamo invece, con assoluta certezza, “chi” lo pagherà: le stesse donne, gli stessi uomini, gli stessi bambini che da decenni e a decine di milioni hanno pagato con la loro vita le “sporche guerre” che insanguinano il mondo.
La Siria, dove dipanare il gomitolo dei “buoni e cattivi” , fra mercenari, droni, potenze straniere, sette, alleanze di oggi che diventano le ostilità di domani è impossibile, è soltanto l’ultima e la più visibile evoluzione della guerra nell’età nucleare.
Dall’agosto del 1945, quando la prima bomba A polverizzò Hiroshima e poi dal 1949, quando Stalin esplose il suo primo ordigno nucleare sigillando l’equilibrio del reciproco annientamento, nessuna grande potenza ha più dichiarato guerra a nessun’altra nazione. Le guerre, legalmente parlando, non ci sono più.
Ma sotto la copertura dell’ombrello atomico, le “dirty wars” sono cresciute e si sono diffuse come funghi velenosi. Potenze maggiori e minori, grandi interessi economici, despoti e odi regionali o religiosi hanno continuato a combattersi in guerre dette “a bassa intensità”, “asimmetriche”, o “proxy war”, guerre combattute per procura, da terzi per conto dei principali. E la Siria, dove sono stati risucchiati Russia, Usa, Iran, Turchia, Arabia Saudita ed Israele, è soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda.
Quante siano state le vittime di queste piccole guerre micidiali è un conto che nessuno può fare, perché ai bambini asfissiati dalle bombe di Assad o alle donne disintegrate nelle bombe esplose nei mercati di Baghdad andrebbero aggiunti i morti dell’indotto delle guerre: profughi, malnutriti, malati, migranti della disperazione annegati o stroncati dalla diaspora della fame. Qualche ricercatore parla di almeno 30 milioni di caduti, un totale da conflitto mondiale, quale di fatto questa collana di “sporche guerre” rappresenta. E se fare un censimento di questo cimitero globale è impossibile, è invece possibile fare l’appello di tutte le nazioni dove sono state, o sono ancora, combattute. Occorre pazienza a leggere tutta la lista, ma va letta, per capire l’enormità di questa piccola grande guerra mondiale che si trascina, si arresta e si riproduce dalla fine del Secondo Conflitto. Partiamo: Afghanistan. Angola. Argentina. Bolivia. Cambogia. Chad. Cile. Colombia. Congo (Zaire). Corea. Cuba. Congo. Repubblica dominicana. El Salvador. Timor est. Etiopia. Filippine. Georgia. Grenada. Grecia. Guatemala. Haiti. Honduras. Indonesia. Iran. Iraq. Israele/Palestinesi. Libia. Laos. Nepal. Nicaragua. Pakistan. Panama. Siria. Sierra Leone. Somalia. Sudan. Ucraina. Ungheria. Vietnam. Yemen. Ex Yugoslavia.
Sono almeno 40, un quinto del totale rappresentato all’Onu, le nazioni a essere state travolte da guerre che definiamo per ipocrisia “sporche”, perché devono la loro definizione alla sanguinosa opacità delle ragioni e delle intenzioni. Le mosse delle grandi potenze come gli Stati Uniti, responsabili e promotori di tanti fra questi conflitti sono a volte visibili, come in Ucraina dove Putin annette territori per allontanare dalla Russia i confini della sfera euro-americana e i suoi missili antimissile. In altri casi, come nella tragedia siriana, sono avviluppati in manovre di interessi locali. Il mondo che si chiama civile si scuote soltanto quando le schegge di queste guerre lo raggiungono attraverso quel terrorismo detto “jihadista” che proprio il mondo “civile” scatenò con i suoi interventi e invasioni: dall’Urss nell’Afghanistan del 1979, all’Iraq del 2003, disintegrato da George W. Bush per “esportare la democrazia”.
Per questo, le fanfaronate via Twitter di Trump lasciano tutte le parti completamente indifferenti, come già quella vuota minaccia verso Assad pronunciata da Obama, quando avvertì il dittatore siriano di «non superare la linea rossa» dell’uso di armi chimiche: linea che superò impunemente.
Proprio Trump, 48 ore prima di minacciare prezzi terribili, aveva ripetuto che gli Stati Uniti se ne sarebbero andati dalla Siria.
Nessuno ha paura del lupo cattivo. La storia delle sporche guerre accese o manipolate da forze esterne non lascia spazio ad alcun ottimismo o speranza. Dal prototipo della sudicia guerra civile nella Grecia fra il 1946 e il 1949 pilotata da Stalin e Truman al mattatoio siriano di oggi, le piccole guerre calde sono il tributo di sangue che il resto del mondo ha pagato per evitare una nuova grande guerra, alimentando quel complesso militar industriale che deve trovare clienti.
Se il resto del mondo non fa niente per fermarle è perché conviene ai potenti: a Douma, sotto le bombe di Assad, si muore asfissiati anche per noi.



PS: per chi si fosse perso la notizia, e pure il link all'interno dell'articolo: https://www.ilpost.it/2018/04/08/bombardamento-chimico-douma/

Ancora Dante, in politica


Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni (1499-1502) cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto, affresco

Dante, De Monarchia, III, XV, 7-18

L'ineffabile Provvidenza ha posto dunque innanzi al l'uomo due fini cui tendere: la felicità di questa vita, che consiste nell'esplicazione della propria specifica facoltà, ed è simboleggiata nel paradiso terrestre, e la felicità della vita eterna, che consiste nel godimento della visione di Dio, e costituisce il paradiso celeste; ad essa quella facoltà specifica dell'uomo non può elevarsi senza il soccorso della luce divina. A queste [due] beatitudini, come a [due] fini diversi, occorre giungere con mezzi diversi. Alla prima infatti perveniamo per mezzo degli insegnamenti filosofici, purché li mettiamo in pratica operando secondo le virtù morali e intellettuali; alla seconda invece perveniamo per mezzo degli insegnamenti divini che trascendono la ragione umana, purché li seguiamo operando secondo le virtù teologiche della fede, speranza e carità. Sebbene quel fine e quei mezzi [naturali] ci siano stati additati dalla ragione umana, quale si è manifestata a noi compiutamente attraverso i filosofi, e sebbene quel fine e quei mezzi [soprannaturali] ci siano stati indicati dallo Spirito Santo, che ci ha rivelato la verità soprannaturale a noi necessaria attraverso i profeti, gli scrittori ispirati, Gesù Cristo, figlio di Dio a lui coeterno, ed i suoi discepoli, tuttavia la cupidigia umana indurrebbe a dimenticarli, se gli uomini, come cavalli spinti dalla loro bestialità a percorrere vie traverse, non fossero trattenuti sulla retta strada «con la briglia e con il freno». Per questo l'uomo ebbe bisogno di una duplice guida, in corrispondenza del duplice fine, cioè del Sommo Pontefice, per condurre il genere umano alla vita eterna mediante la dottrina rivelata, e dell'Imperatore, per dirigere il genere umano alla felicità terrena attraverso gli insegnamenti della filosofia. E siccome a questo porto [della felicità terrena] nessuno o pochi, ed anche questi con eccessiva difficoltà, potrebbero approdare, se il genere umano — sedati i flutti della cupidigia esposta ad ogni seduzione — non riposasse libero nella tranquillità della pace, il governatore del mondo, detto Principe Romano, deve tendere con tutte le sue forze a questo scopo, cioè a far sì che in questa aiuola umana si possa vivere nella libertà e nella pace. E siccome la disposizione di questo mondo è conseguenza della disposizione propria dei moti celesti, affinché le utili iniziative [imperiali] di libertà e di pace possano trovare applicazione adatta ai luoghi e ai tempi, è necessario che quel governatore del mondo sia stabilito da chi ha una visione complessiva ed immediata della disposizione globale dei cieli. Ora questi è soltanto Colui che ha preordinato tale disposizione come mezzo per poter subordinare provvidenzialmente tutte le cose ai suoi piani. Ma se è così, solo Dio elegge, egli solo conferma, non avendo altri superiori a sé. Dal che si può ricavare questa ulteriore conseguenza, che né gli elettori attuali, né quelli che, in qualunque modo, sono stati detti «elettori» si possono chiamare con tale titolo, ma piuttosto vanno considerati come «annunciatori della scelta provvidenziale di Dio». Onde avviene che talvolta coloro, cui è stata conferita questa carica di annunciatori, sono travagliati da discordie, dovute al fatto che tutti o alcuni di essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non riescono ad individuare chiaramente l'elezione fatta da Dio. Così dunque risulta evidente che l'autorità del monarca temporale gli deriva, senza intermediario alcuno, dalla fonte stessa di ogni autorità, fonte che, pur essendo tutta raccolta nella roccaforte della sua semplicità, si espande in molteplici ruscelli per la sovrabbondanza della sua bontà.

Mi pare ormai di aver raggiunto la meta che mi ero proposto. Difatti è stata dimostrata la vera soluzione della questione se al buon ordinamento del mondo sia necessario l'ufficio del Monarca, dell'altra questione se il popolo romano si sia appropriato di diritto dell'Impero, ed infine dell'ultima questione se l'autorità del monarca dipenda immediatamente da Dio o da qualcun altro. La soluzione data all'ultima questione non va però intesa in senso così stretto, da escludere che il Principe romano non sottostia in qualcosa al romano Pontefice, poiché la felicità di questa vita mortale è ordinata, in qualche modo, alla felicità immortale.
Cesare pertanto usi verso Pietro di quella reverenza che il figlio primogenito deve usare verso il padre, affinché, illuminato dalla luce della grazia paterna, possa illuminare con maggior efficacia la terra, al cui governo è stato preposto solo da Colui che è il reggitore di tutte le cose spirituali e temporali.  [Traduzione di Pio Gaja, UTET, Torino 1996]



Luciano Canfora


L'utopia moderna di Dante

Immaginava un impero universale come garanzia di pace 

«Corriere della Sera», 16/10/2013)



La Monarchia, che non è solo la più compiuta delle opere dottrinali di Dante, ma anche la più moderna, fu messa dalla Chiesa all'Indice dei libri proibiti, nel primo «indice» elaborato dal Sant'Uffizio nel 1559. La ragione di ciò è molto semplice: ad una lettura disincantata appare evidente che il grande poeta cristiano del Medioevo, che aveva messo la teologia in poesia allo stesso modo in cui Lucrezio aveva messo in poesia la fisica epicurea, si schierava — col suo trattato politico — contro l'ingerenza della Chiesa nei confronti del potere laico e proclamava la totale uguaglianza e parità delle due autorità. Pur consapevoli del rischio di frettolosi cortocircuiti, possiamo ben collocare quel trattato al vertice di una nobile, ma non folta tradizione rappresentata emblematicamente dalla formula cavouriana «libera Chiesa in libero Stato». Quel celebre e davvero memorabile discorso parlamentare di Cavour, malvisto dal sanfedismo del tempo suo, era in realtà sommamente rispettoso della dignità e della libertà della Chiesa. È storia nota come la Chiesa abbia impiegato moltissimo tempo a comprendere questo e a prenderne atto e ad agire di conseguenza: agevolata in ciò dalla definitiva perdita del potere temporale, ma rallentata in tale processo dal diverso e spesso altalenante orientamento dei pontefici volta a volta regnanti. I quali — in quanto sovrani assoluti e depositari perciò di poteri vastissimi — possono imprimere rapide e radicali inversioni di rotta. Come vediamo ancora oggi.
Resta il fatto che il cuore di Dante batte per l'impero (si passi l'espressione metaforica). Nel primo libro di questo trattato sulla monarchia, Dante dimostra che la monarchia universale è necessaria al benessere terreno in quanto permette, tramite la pace universale che ne è il portato, il fine supremo: l'attuazione e il pieno dispiegamento dell'intelletto in ambito speculativo e in ambito pratico. Nel secondo libro rivendica, come già nel Convivio, al popolo romano il diritto all'impero. Nel terzo affronta il tema più delicato: la monarchia universale trae il suo diritto e la sua legittimità direttamente da Dio, non attraverso la mediazione papale, non ha cioè bisogno del «Vicario». E la nota ancora più audace, che dà il tono e il senso all'intero trattato, consiste nel proclamare che il fine naturale dell'uomo — cioè la perfetta moralità sorretta dalla filosofia — è autonomo rispetto al fine soprannaturale che a sua volta consiste nella felicità eterna, verso cui l'uomo è guidato dalla «rivelazione». Come l'impero è autonomo dalla Chiesa, così la ragione lo è rispetto alla fede.
Questo impianto teorico spiega bene perché a Giustiniano, cioè all'imperatore cesaropapista per eccellenza, venga riservato un posto di così grande spicco nel Paradiso di Dante e a lui tocchi di tessere l'esaltante elogio di Giulio Cesare. Elogio che stride con il privilegiato trattamento ammirativo riservato al nemico implacato di Cesare, cioè Catone Uticense, quale guardiano del Purgatorio.
Ma soprattutto non sfuggirà la forte carica utopica che è racchiusa in tutto il trattato: l'idea di una pace universale conseguente all'unico governo universale. Tale governo però viene concepito non già come sostitutivo dei molteplici poteri statali e comunali già esistenti, ma è sovraordinato ad essi. Non si tratta di «un governo di tutti i popoli fusi in un solo Stato, ma di una suprema giurisdizione, fatti salvi gli Stati particolari con proprie leggi e propri governi» (Luigi Russo). Non è chi non veda in tale concezione l'utopia anticipatrice di una istanza che sempre fu viva, e che al tempo nostro è antidoto indispensabile all'arroganza di singole potenze inclini ad attribuirsi unilateralmente il ruolo di gendarmi del mondo.


Sul metodo deduttivo 
Sul sesto canto dell'Inferno e il pensiero politico di Dante

Go Nagai, La divina commedia, 3 voll., d/books, 2007 (ed. or. Dante Shinkyoku, 1994)