giovedì 23 giugno 2016

Compleanno (pure) dell'Orlando furioso

Riflessioni su amore, caos e spirito nazionale nel poema di Ariosto che compie 500 anni

Noi italiani siamo folli come Orlando 




ALBERTO ASOR ROSA 
«La Repubblica», 21 giugno 2016

Nelle scorse settimane è comparsa più volte, sui giornali e nei media, la data del 22 aprile 1616. Per forza: si tratta del giorno in cui sono scomparsi, pressoché contemporaneamente, William Shakespeare e Miguel de Cervantes, due dei più grandi scrittori europei dell’età moderna. Ma esattamente un secolo prima (coincidenze prodigiose della storia), — e dunque il 22 aprile 1516, — appariva, presso un modesto stampatore della provincia ferrarese (forse in 1300, forse 2000 copie), la prima edizione dell’”Orlando furioso” di Ludovico Ariosto, un altro dei capisaldi della letteratura europea moderna. Mi pare che poco (o niente?) se ne sia parlato. 
La stampa del ’16, sepolta da un semisecolare oblio, si può leggere nella bella edizione critica a cura di Marco Dorigatti (Olschki, 2006). È in quaranta canti, tutti in ottave, secondo la tradizione del poema cavalleresco italiano. L’ultima, quella del 1532, è invece in quarantasei canti, e si può leggere nell’edizione in due volumi a cura di Lanfranco Caretti, e con una Presentazione di Italo Calvino (Einaudi, 1992). Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, si pensi che la stampa maggiore (quella del ‘32) è composta da 4822 ottave; i versi sono 38.576: la Commedia di Dante, ne aveva, diciamo così, appena 14.233. La stampa del ’16 si distingue da quella del ’32, oltre che per la diversa estensione, per molti altri aspetti, — cosa che ha spinto alcuni degli interpreti più recenti a parlarne come di un’opera in sé, diversa da quella finale. Non abbiamo il tempo né lo spazio per soffermaci su queste particolarità. Vorrei invece attirare l’attenzione su questioni più generali.

L’Orlando furioso è una delle dieci grandi opere in cui si rispecchia di più l’identità nazionale italiana. Nasce nel cuore pulsante del cosiddetto Rinascimento italiano. Narra, seguendo le orme di una ormai lunga tradizione, le gesta di cavalieri e paladini cristiani per difendere Parigi e la Francia dall’aborrita invasione degli Arabi e dei musulmani. Però piega l’ispirazione iniziale e tradizionale a una nuova visione del mondo, nella quale ha un posto centrale l’amore (antecedente immediato ne è, appunto, l’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo). Ma questo non è sufficiente alla poderosa spinta innovativa del cavaliere (anche lui) e cortigiano Ludovico Ariosto. Per cui la carica amorosa prodigiosa del protagonista Orlando, nel momento in cui sia tradita e disillusa, si scarica a un certo punto in follia, altrettanto prodigiosa ed estrema. All’immaginario dei creatori letterari europei non basta dunque il primo Orlando, eccezionale guerriero e simbolo della difesa della cristianità (Chanson de Roland, fine del secolo XI). Non basta l’Orlando “innamorato”. Sorge sulla scena letteraria l’Orlando “furioso”, ed è tappa di cui pochi, dopo potranno fare a meno.

Non è sufficiente, per render conto di un processo che attraversa l’intera Europa e arriva fino a noi, il grande esempio del “cavaliere dalla trista figura”, del paladino fuori tempo e fuori norma “Don Quijote de la Mancha”? Del resto, che non si tratti di un’invenzione dello storico-critico qui sproloquiante, lo dimostra il riconoscimento che lo stesso Cervantes tributa al suo più illustre predecessore. Quando il curato e il barbiere penetrano nella biblioteca di Don Quijote e gettano dalla finestra affinché siano bruciati i più di cento libri di cavalleria, alla cui lettura si deve la follia dell’”hidalgo”, il curato risparmia, insieme a pochi altri, il “romanzo” di Ariosto, con parole che non lasciano dubbi sull’alta considerazione che Cervantes nutriva per lui: «Ludovico Ariosto, al quale, se lo trovo che parla in un’altra lingua che la sua, non porterò rispetto alcuno, ma, se parla nel suo idioma, me lo metterò sopra il capo» (come una vera e propria onorificenza). Allora: l’illimitato amore di Orlando per Angelica, figura femminile centrale ma sfuggente; il suo uscir di senno, quando il paladino scopre che la sua amata si è congiunta carnalmente con un inaspettato antagonista, Medoro, che per giunta è un soldato semplice, “un povero fante”;  la salita di Astolfo alla luna, per recuperare a Orlando la ragione perduta, e scoprire così che lì di senno umano “se ne trova una gran quantità”, mentre di pazzia ovviamente non c’è traccia, perché essa “sta qua giù, e non se ne parte mai” (considerazioni che forse potrebbero valere anche per i nostri casi): tutto questo, e le innumerevoli altre storie di amore, disperazione, tragedia e follia, che costituiscono la trama oltre ogni immaginazione multiforme del poema, convergono a costruire la descrizione di un sistema contraddistinto della non unitarietà e non armonicità del cosmo, sia umano sia naturale.


Ha già ragionato Massimo Cacciari su queste colonne (il 5 maggio scorso) del ruolo giocato da follia e infrazione nella prospettiva umanistica italiana ed europea, un tempo interpretata e valutata sui binari di una rigorosità razionalistica senza cedimenti. L’Elogio della follia (ovvero Encomium moriae) di Erasmo da Rotterdam fu tradotto e pubblicato in Italia dai Giunti di Firenze tra il 1518 e il 1519. Credo di aver dimostrato qualche anno or sono la presenza di motivi erasmiani in Guicciardini, tradizionalmente ancorato a interpretazioni tutte politicistiche e strettamente pragmatiche. Non esiste motivo per credere che la stessa cosa sia accaduta all’Ariosto, il quale, intorno al 1506-07, aveva raggiunto un livello molto avanzato di composizione del suo poema.
Ma questo rende ancor più significativo il suo contributo alla gigantesca traslazione della cultura europea verso i nuovi lidi. Con questa ulteriore specificazione: e cioè che Ariosto agisce, con sovrana genialità, sul terreno non del pensiero ma dell’immaginazione e della poesia. L’Orlando furioso non è un trattato filosofico, come potrebbe finire per apparire se insistessimo troppo sulle sue «tematiche» e sui suoi «contenuti». È una prodigiosa «storia cantata», la quale, soltanto perché è tale, può permettersi di debordare oltre i confini della tradizione, mantenendo tuttavia intatta, e anzi moltiplicandola, l’unità dell’insieme. Se si prova a leggere le sue ottave una dietro l’altra d’un fiato e ad alta voce, — come quando doveva leggerle Ariosto ai suoi Sovrani e alle sue Signore, — si può capire più facilmente cosa intendo dire.
Per il resto, basti dire che tra gli ammiratori più «sfegatati» dell’Orlando furioso ne troviamo anche qui uno imprevedibile (e imprevisto) come Niccolò Machiavelli: «Et veramente il poema è bello tutto, et in molti luoghi è mirabile»; e poi Galileo Galilei, che nelle Postille all’Ariosto ne esalta il mirabile talento inventivo e fantastico, contrapponendolo alla smunta programmaticità ideologica e religiosa (secondo lui) di Torquato Tasso; e Italo Calvino, che, come spesso gli accade, rimette insieme le cose sparse, utilizzando le sue immense letture e capacità d’interpretazione: «Possiamo segnare una linea Ariosto-Galileo-Leopardi come una delle più importanti linee di forza della nostra letteratura ». Chi altri fra i nostri classici e scrittori, passati e presenti, italiani ed europei, potrebbe vantare tre estimatori come questi? 

Qui, qualche lettura sulle meravigliose illustrazioni del Furioso, da Doré in poi. 




lunedì 20 giugno 2016

Libri per la (futura) quinta

Anche per la quarta/quinta, una selezione di libri fortemente consigliati per le letture estive, utilissimi per l'anno prossimo, ma anche inutilissimi come tutta la letteratura, quindi fondamentali per vivere meglio.

In ordine cronologico:

Millesettecento, un libro a suo tempo pericolosissimo, istigatore al suicidio e ai comportamenti deviati per i giovani: il grande filosofo e scrittore Goethe e i Dolori del giovane Werther (ampiamente saccheggiato da Foscolo, e fondamentale per capire alcune cose del Romanticismo, dell'Europa e di noi stessi).


Ottocento, seconda metà: un romanzo francese epocale, che descrive benissimo la condizione del proletariato di miniera, il mostruoso lavoro sottoterra, i moti operai, gli scioperi, i ricatti dei padroni, la violenza, il consenso, l'alienazione umana di quegli (?) anni. Emile Zola, caposcuola del Naturalismo francese (da cui prende le mosse il nostro Verga), Germinale, che nel calendario della Francia rivoluzionaria era il mese della rinascita della natura, in primavera. 



Mentre in Europa il movimento operaio lotta e si definisce (perde, e qualche volta vince), negli Stati Uniti un genio di nome Edgar Allan Poe inventa il genere giallo, horror, thriller psicologico. Se ancora non li avete letti, una selezione dei suoi racconti può cambiarvi la vita.


Un classico moderno che non mi stanco di suggerire, per chi se lo fosse perso (ma l'anno prossimo lo riaggancia anche con prof. Cuccu!) il mitico 1984 di Orwell, la più classica e potente delle distopie.


Ancora distopie, non più (tanto) politiche quanto tecnologiche, il devastante progetto di un Mondo nuovo di Aldous Huxley; il titolo è tratto da The Tempest di Shakespeare: «How beauteous mankind is! O brave new world that has such people in't!», ironia e angoscia vi attendono!


Ultimo romanzo distopico, ne abbiamo parlato un paio di volte: il premio Nobel Saramago vi chiude dentro un manicomio dismesso insieme a una città di ciechi, e vi fa vedere tutta l'umanità.


Un libro della scrittrice Harper Lee (1926-2016) che ha fatto epoca, il cui titolo originario è To kill a Mockingbird, cioè "uccidere un tordo", fare cioè gesti violenti senza motivo, o motivati in modo pretestuoso, ingiusto, inumano. Proprio come accade quando ci sono razzismi, pregiudizi, paure infondate verso l'altro, e quell'altro è percepito come una minaccia, perchè non lo si conosce ma lo si disprezza come se fosse poca cosa. 
In italiano si è scelta la metafora del Buio oltre la siepe, e superate le prime 50 pagine, a volte faticose, si scopre - lì oltre la siepe - un mondo indimenticabile. Ambientato negli anni della Grande Depressione, in Alabama, la storia di due bambini, un padre "eroe", un a comunità nera emarginata, un potenziale assassino, e un uomo segregato. 




Per chiudere (anche se ho proposto anche Emilio Lussu, Un anno sull'altipiano, o Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, o ancora il bellissimo Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, tutti consigliatissimi), l'unico italiano, il più recente e il meno "scolastico", perchè non potete non conoscerlo. Zerocalcare, di cui potete assaggiare qualcosa nel suo arcinoto blog (e basterebbe, partendo dai più vecchi per entrare in sintonia con lo stile e i suoi temi preferiti), che ha pubblicato un interessante e attualissimo reportage da Kobane, città nell'attuale Kurdistan siriano, assediata dall'ISIS (e non solo).




E buone vacanze, divertitevi e leggete tanto che fa bene!

venerdì 17 giugno 2016

Libri per la (futura) seconda

Ecco la rosa dei libri che vi ho portato a scuola l'ultimo giorno di scuola. A questi si aggiungono tutti quelli che già vi avevo consigliato qui, più tutti quelli che vorrete leggere per conto vostro, anche spinti dalle letture che a scuola vi sono piaciute (ad esempio, chi si è divertito con Dieci piccoli indiani, può andare a cercarsi altri gialli di Agatha Christie o contemporanei!).
E quindi...


Iniziamo dal più classico: Poe è uno dei più grandi, famosi, geniali scrittori di ogni tempo. Ha letteralmente inventato il racconto horror, thriller psicologico e giallo (suo il primo detective della storia, Auguste Dupin), sconvolgendo milioni di lettori dall'Ottocento in poi. Sempre attuale e sempre grande, è un mito della letteratura americana di cui parlerete in quinta liceo, ma deve far parte del bagaglio culturale medio di ogni uomo e donna che sappia leggere!



Un altro meraviglioso libro, finalmente pubblicato con una copertina degna, disegnata dal (mio) amatissimo illustratore Gipi. L'inizio non cattura immediatamente, sembra mantenere le distanze con il lettore, lo inquieta, ma vale la pena di stare al gioco dell'autore, sforzarsi un po', e si viene davvero ricompensati.
Ci sono amicizia, avventura, suspense e molto altro, perchè è la storia di un gruppo di scampati a un incidente aereo, tutti bambini che venivano trasportati un un altro paese, che devono organizzare una vita indipendente e autonoma in un'isola (apparentemente) deserta.
Scritto subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e naturalmente non a caso, è il romanzo che, come ha scritto Stephen King, per primo parla del mondo dei bambini e dei ragazzini in modo realistico, e perciò non nasconde cattiverie, ipocrisie, violenza e sopraffazione, che sembrano il più vero destino dell'umanità. Si legge e si pensa. Indimenticabile!


Un libro decisamente più semplice e accattivante, da portarsi anche al mare perchè fatto di brevi capitoli che conquistano subito (e da prestare agli amici)! 
Il protagonista, che ci racconta la sua storia dal suo punto di vista, è qualcuno che non è mai lo stesso, neanche per due giorni di seguito. Si chiama solo A, come la prima lettera dell'alfabeto. A si sveglia ogni mattina in un corpo diverso, è una specie di anima vagante, qualcosa di più di un fantasma. Però A è vivo, pensa, cresce, prova delle emozioni, e all'inizio della storia, A scopre che può anche innamorarsi. Rihannon è una ragazza dolce e riservata, succube del proprio fidanzato, il classico bulletto menefreghista. Quando A si incarna in quest'ultimo, il colpo di fulmine è servito. Riuscirà A a svelare il segreto della propria esistenza a Rihannon, e a trovare un modo affinché lei ricambi il suo amore?


Racconti lunghi, pieni di bellezza, emozione, riflessione e intelligenza narrativa. 
Scritti benissimo, in grado di conquistare (quasi, c'è sempre un quasi) tutti, questi quattro pezzi del grande Stephen King non sono spaventosi con altre sue cose, ma non lasciano certo indifferenti. 
"Stagioni diverse" perchè ognuno dei quattro racconti è legato tematicamente a una delle stagioni dell'anno. Ognuno dirà quale racconto/stagione ha preferito: io il primo, ambientato in carcere, storia di libertà e solidarietà tra uomini, «l'eterna primavera della speranza», e il terzo, «ricordo di un'estate» passata, storia di ragazzi che scoprono la morte e la complessità della vita adulta. 
Facile, vista la potenza della trama, trarne dei bei film, che magari vorrete vedere prima o dopo la lettura. Meglio dopo...


Cambiando ancora genere, un libro qualsiasi tra quelli del bravissimo scrittore per giovani adulti Aidan Chambers, avete libera scelta! 
Sono sì libri destinati a un target definito, e perciò in linea con molte cose che leggete abitualmente (non mancano amore, malattia, morte, e i protagonisti sono sempre ragazzi della vostra età che abitano in città moderne e ai nostri tempi, per cui è facile e "obbligatorio" immedesimarsi), ma la qualità della scrittura e la cura per gli intrecci è eccellente, e se i piacciono questi generi mi interesserà avere il vostro parere, perchè io non li ho letti tutti. 
Piace molto, piace sempre, premiatissimo ma non "furbetto" come altri, e molto intenso per davvero. 


Ultimo suggerimento, ne avevamo parlato un po' di settimane prima della fine della scuola. 
Solo per che ha i nervi saldi: Linus, sedici anni, insieme a quattro adulti e una ragazzina di nove, si trova intrappolato in un bunker, uno spazio claustrofobico da cui nessuno può fuggire. Sono stati rapiti da qualcuno che si è presentato loro ogni volta in modo diverso e non sanno perché sono stati scelti. Spiati da decine di telecamere e microfoni perfino in bagno, dovranno trovare un modo per sopravvivere. Bunker Diary è un incubo da vivere sulla propria pelle attraverso le pagine del diario di Linus, in un’escalation di umiliazioni, meccanismi perversi e violenza fisica e psicologica innescati “dall’uomo di sopra”…
Io ancora non l'ho letto, vi mando un avanscoperta ma pare sia clamoroso. 

Buona lettura, buona estate e arrivederci a settembre! 

Violenza, divinità triviale

Se il link resta attivo, vi segnalo un bell'articolo - ma quasi, se eliminiamo i riferimenti più attuali e rinforziamo i rinvii con delle note stringenti - un eccellente "saggio breve".
E' di Sergio Givone, docente di Estetica, ed è pubblicato su «L'Espresso» di questa settimana, fresco fresco. Argomento: la violenza, «divinità infernale» ma pure «triviale e comune». Non molto estivo ma decisamente attuale, purtroppo.


mercoledì 8 giugno 2016

Virtù e fortuna, la felicità a portata di mano

Trama del Festival Leggendo metropolitano, e bellissimo post


Cos’è la dignità per l’uomo e cosa fa il mondo più giusto e coeso? 
La virtù, se rimane parola vuota, moraleggiante e astratta, ci rende davvero più felici? 
La nostra civiltà si fonda da sempre sull’equilibrio tra virtù e fortuna. 
Oggi si assiste ad una sovrastima della fortuna a discapito della rettitudine e della responsabilità. 
La nostra felicità è sempre meno legata al lavoro, faticoso e appagante, con cui raggiungere gli obiettivi. 
Sempre più legata al gioco, all’azzardo. 
L’invadenza cronica dei media nella vita dell’individuo è sotto lo sguardo di tutti: una comunicazione sempre più ostaggio di facili promesse, mirabilimiraggi, con la complicità di Stati che gridano al facile arricchimento tramite lotterie, slot machine e grattaevinci. 
Siamo certi che non risieda (anche) in questo meccanismo la crisi che investe la società odierna? 
A questo nuovo modo di pensare il mondo noi non crediamo. Siamo convinti che la felicità debba essere il frutto della fatica, del lavoro, della capacità di ascoltare l’altro e di pensare alla collettività nel suo insieme. 
Il resto è solo una falsa rappresentazione della realtà che ci circonda. 
Crediamo che la filosofia della fortuna a tutti i costi debba essere considerata alla stregua della magia, della cabala e dell’astrologia. 
Questo convincimento trova nell’articolo 1 della nostra Costituzione la sua massima espressione: la Repubblica Italiana si fonda sul lavoro, sul merito e sulla responsabilità. 
Noi rilanciamo una nuova era di impegno personale - poiein - attraverso una politica per il lavoro, che favorisca una stagione virtuosa di consapevolezza, sia sul piano individuale che collettivo, per far fronte alla crisi economica e morale. 
Senza attendersi aiuti dall’alto o credere alle promesse di facili introiti per consolidare misere e ipocrite rendite di posizione. 
Un libero arbitrio sostenuto da un metro etico. 
Un percorso verso una sorte morale che ci veda protagonisti e che, insieme, preservi la fragilità del bene. 
La cultura, le scienze, la poesia e la letteratura in particolar modo, essendo un attentato alla ragionevolezza, avendo un potenziale rivoluzionario, ci aiuteranno a sostenere lo sforzo, a porci le giuste domande e a respingere le risposte preconfezionate, violente e gratuite della propaganda di regime, della filosofia degli slogan. I poeti e gli scrittori possono e debbono diffondere il panico nel mondo, lasciare la posizione compiacente da educati vecchi signori, rischiando la vita e giocandosi la pelle. 
Con coraggio, riprendendosi un po’ di teppismo e non accettando di essere solo un passatempo, la letteratura può sostenere il mondo in questo percorso ed essere di nuovo parola incandescente e non coperta per il caminetto. 
La letteratura funziona per contagio come tutte le passioni, in ciò risiede la sua potenza, solo così può raggiungere questo obiettivo. 
La politica e la pubblicità attivando diverse dinamiche, attraverso la persuasione, sembrano essere inefficaci. Consci del fatto che spesso la cultura è una fortezza dietro cui si cela il pensiero precostruito, ci rivolgiamo alla vera letteratura che, invece, attacca quella fortezza e ci permetterà di raggiungere quella felicità che è sempre a portata di mano. 
La Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. 
Questo è il nostro fondamento, questa è la traccia. 

Con pacatezza e senso di democrazia lo grideremo [o meglio, l'hanno gridato] a Cagliari, questo è [è stato] Leggendo metropolitano. 


A. di Cosimo (Bronzino), Allegoria della Felicità, olio su rame, 1564, Firenze, Galleria degli Uffiz

martedì 7 giugno 2016

Muhammad Alì, eroe

Oltre a questo bell'articolo di Crosetti, se volete saperne di più, ecco la sua vita in otto storie. 



Muhammad Alì, quel ciclope furioso e gentile che faceva finta di essere cattivo

di Maurizio Crosetti

da «La Repubblica», 4 giugno 2016

FORSE bisogna essere stati molto giovani negli anni Settanta, o meglio ancora ragazzini, per capire cosa significasse davvero Muhammad Alì. Perché oggi è abbastanza normale che un campione non parli solo di sport, non è consueto però è normale, ma allora no. Alì che diceva all'America: prendetevi tutto, il titolo mondiale dei pesi massimi, i soldi, la libertà, ma non vi prenderete me. E come lo diceva, poi. Faceva solo finta di essere cattivo, cattivissimo, invece era un simpatico sbruffone, era un comico. I bambini gli morivano dietro perché Alì era un eroe dei cartoni, velocissimo e imbattibile, gommoso e immortale. E non aveva la faccia piena di pugni. Era l'amico più grande che ti salva dagli agguati della banda rivale, quella delle case Gescal. Era molto più tamarro di loro ed era un dio. Un dio tamarro.
 
Aveva le nappine che ballavano nelle scarpette, una volta almeno le indossò. E la sua danza era ritmata da quel movimento, le frange andavano su e giù e dovevi deciderti: o guardavi i pugni o guardavi i piedi. Tutto troppo rapido per qualunque occhio.
 
Lo zio lo chiamava ancora Cassius Clay perché non gli riconosceva il valore simbolico, ma lui mica votava comunista come papà. Invece, papà aveva capito bene il senso di quel ciclope furioso e gentile: il signor campione Muhammad Alì aveva mandato a quel paese la guerra del Vietnam e il presidente degli Stati Uniti, e per questo bisognava tifare solo per i suoi guantoni. Erano un segno di libertà per tutti, anche per gli operai di Settimo Torinese e Crotone, Scampia e Taranto, non soltanto per i neri americani e africani. Alì combatteva per tutti gli oppressi: dunque, per una volta si poteva restare alzati la notte e vederlo fare a pugni in tivù contro il nero venduto al potere, cioè Foreman. La prima veglia era stata per lo sbarco sulla Luna. La seconda per Italia-Germania. La terza, per quella battaglia nella giungla. Ecco, per capire davvero chi è morto l'altra notte (morto? ma figuriamoci) bisogna proprio tener conto dello spessore assoluto della storia che si andava vivendo, e raccontando allora. C'erano, in quel tempo memorabile, solo personaggi epici: il comandante Neil Armstrong, Gigi Riva, Pelè e Muhammad Alì. Per forza, poi, da grande ti avrebbero mandato al liceo classico. Altro che Odisseo e Socrate, i grandi della storia noi li vivevamo tutti i giorni, Omero metteva solo le didascalie.
 
Prese un sacco di pugni per cinque round. Il venduto Foreman lo stava gonfiando come una zampogna. Ma lui niente, lui sempre in piedi a pigliare in giro quell'altro. Mi deludi, George. Non sai fare di meglio? Sei diventato debole, amico. Sei stanco? E Foreman picchiava come un pazzo, sprecando così ogni energia. Lo zio però pensava che al prossimo cazzotto ben dato, Alì sarebbe finito al tappeto. Invece papà era sicuro del contrario, i suoi occhi dicevano "stai tranquillo, figlio mio, alla fine i giusti vincono sempre". All'ottava ripresa, infatti, Mohammad tirò un cartone dell'altro mondo al venduto che vacillò e andò a terra come morto. E Alì lo guardava cadere, stava per colpire ancora Foreman ma non lo fece, trattenne il guantone, sapeva che non ci sarebbe stato bisogno di niente di più, forse non voleva sfigurare il volto del nemico. Con quel pugno fantastico lo aveva già umiliato abbastanza, e si stava riprendendo tutto: il titolo mondiale, la gloria, l'orgoglio, un pezzo del suo passato e l'amore del mondo intero e dell'umanità: tutta, senza eccezioni. A parte lo zio.
 
E poi ci fu quell'altra sera. Aspettavamo l'ultimo tedoforo nello stadio di Atlanta e quando comparve Alì, quando realizzammo che non era una visione mistica ma era invece tutto vero, ci sentimmo esattamente dentro la storia, quella da raccontare più ai nipoti che ai lettori. La torcia tremante nel pugno stretto di Muhammad Alì: eppure nulla era stato più fermo e più nitido, più esatto e definitivo, mai.
 
La mano era la stessa dell'autografo, cinque anni prima. Alì a Torino per una manifestazione dell'Uisp, l'enorme silenzio quando lui entrò nella Reggia di Venaria. Barcollava e taceva. Poi gli misero sotto il naso dei cartoncini da firmare e Alì sedette assorto come un bimbo delle elementari: la mano guidava lentissimamente la penna che solcava la carta come un aratro. Veniva voglia di dirgli "scusi Alì, veramente, ci perdoni, siamo dei coglioni a farle fare questo sforzo immane, è lo stesso, lasci stare, non importa" e invece niente, il trofeo d'inchiostro si andava componendo sul foglio e sta ancora lì, appeso al muro, solo un po' sbiadito.
 
E poi i libri, certamente. Gli articoli, alcuni bellissimi. Gianni Minà, Emanuela Audisio. E poi "The fight" di Norman Mailer, tradotto chissà perché "La sfida" da Einaudi, un romanzo e non solo un reportage: la penna era la stessa che aveva raccontato il Vietnam e l'epopea dei primi astronauti. Ai ragazzi delle scuole di giornalismo forse basterebbe dare da leggere Mailer.
 
Ecco perché Muhammad Alì è stato, semplicemente, il più grande atleta di tutti i tempi. Non solo per le vittorie, quelle le hanno ottenute anche Coppi e Carl Lewis, Federer e Michael Jordan, Maradona e Nuvolari. Alì è stato il più grande nel rapporto tra immenso ingombro sportivo e gigantesca valenza sociale, umana, culturale e politica. Nessuno come lui, in questo. Ovunque sia lo zio, ora sarà d'accordo pure lui.


lunedì 14 dicembre 2015

Materia oscura nell'oscuro Sulcis


Da «La Repubblica» della scorsa settimana, l'articolo di Silvia Bencivelli, brava divulgatrice scientifica, sulle più recenti ricerche (italiane) sulla materia oscura di cui abbiamo parlato in quarta.

Ho poi scovato in rete questa notiziona sul Sulcis risalente a quest'estate: pare costruiranno Aria un'enorme torre per l'estrazione dell'Argon a partire dalle miniere dismesse, avviando una collaborazione con l'Istituto nazionale di fisica nucleare, proprio quello che di materia oscura si sta occupando! Se il progetto parte, portiamo qualcuno a parlare al Liceo e andiamo a curiosare dentro la torre... (qui la fonte ufficiale della notizia, il comunicato stampa congiunto dell'Insn e Regione Sardegna).