mercoledì 11 marzo 2015

Vecchio (caro) articolo su di noi...

I miei ragazzi insidiati dal demone della Facilità
Cosa sta accadendo nelle menti degli italiani, come mai ho l' impressione che lo stordimento, se non addirittura una leggera forma di demenza, stiano soffiando come scirocco in troppi cervelli, giovani e meno giovani? Quali sono le cause, se ce ne sono, di questo torpore? Avevo raccontato, un mese fa su "Repubblica", la mia crescente ansia di fronte al silenzio dei miei studenti che sembrano non saper più ragionare. In tanti hanno risposto, mi sono arrivate molte lettere, anche dai ragazzi delle scuole. Capisco che è difficile indicare un unico responsabile, un sicuro colpevole, ma una piccola idea del perché accada tutto questo io me la sono fatta e ve la propongo. A mio avviso da troppo tempo viviamo sotto l' influsso di una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave, ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello. La Facilità è la dea che divora i nostri pensieri, e di conseguenza l' intera nostra vita. La Facilità non va certo confusa con la Semplicità che, come ben sintetizzava il grande scultore Brancusi, «è una complessità risolta». La Semplicità è l' obiettivo finale di ogni nostro sforzo: noi dovremmo sempre impegnarci affinché pensieri e gesti siano semplici, e dunque armoniosi e giusti. La Semplicità è il miele prodotto dal lavoro complicato dell' alveare, è il vino squisito che dietro di sé ha la fatica della vigna. La Faciltà, invece, è una truffa che rischia di impoverire tragicamente i nostri giorni. A farne le spese sono soprattutto i ragazzi più poveri e sprovveduti, ma anche noi adulti furbi e smaliziati stiamo concedendo vasti territori a questa acquerugiola che somiglia a un concime ed è un veleno. La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà: abbiamo esaltato il trash e il pulp, bastavano un rutto e una rasoiata per raccogliere attenzione e gloria; abbiamo accettato che le televisioni venissero invase da gente che imbarcava applausi senza essere capace a fare nulla; abbiamo accolto con entusiasmo ogni sbraitante analfabeta, ogni ridicolo chiacchierone, ogni comico da quattro soldi, ogni patetica "bonazza". Così un poco ogni giorno il piano si è inclinato verso il basso e noi ci siamo rotolati sopra velocemente, allegramente, fino a non capire più nulla, fino all' infelicità. Tutto è stato facile, e tutto continua a voler essere ancora più facile. Impara l' inglese giocando, laureati in due anni senza sforzo, diventa anche tu ridendo e scherzando un uomo ricco e famoso. Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni, mi dicono: «Io voglio fare i soldi in fretta per comprarmi tante cose», e io rispondo che non c' è niente di male a voler diventare ricchi, ma che bisognerà pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi, se non si ha alle spalle una famiglia facoltosa: bisognerà studiare, imparare un buon mestiere, darsi da fare. A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati, come se avessi detto la cosa più bizzarra del mondo. Non considerano affatto inevitabile il rapporto tra denaro e fatica, credono che il benessere possa arrivare da solo, come arriva la pioggia o la domenica. Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell' esistenza. Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura, che tutto costa fatica, e che per ottenere un risultato anche minimo bisogna impegnarsi a fondo. E per quanto io mi prodighi per spiegare loro che anche per estrarre il succo dall' arancia bisogna spremerla forte, mi pare di non riuscire a convincerli. Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato. Così si diventa idioti. E' un processo inesorabile, matematico, terribile, ed è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro. La Facilità promette mari e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all' impotenza. «Le cose non sono difficili a farsi, ma noi, mettere noi nello stato di farle, questo sì è difficile», scriveva ancora Brancusi. Mettere noi stessi nello stato di poter affrontare la vita meglio che si può, di fare un mestiere per bene, di costruire un tavolo o di scrivere un articolo senza compiere gravi errori, questo è proprio difficile, ed è necessario prepararsi per anni, prepararsi sempre. E se addirittura volessimo avanzare di un palmo nella conoscenza di noi stessi e del mondo, trasformarci in esseri appena appena migliori, più consapevoli e sereni, dovremmo ricordarci la fatica e la pena che ogni metamorfosi pretende, come insegnano i miti classici, le vite degli uomini grandi, le parole e le posizioni dei monaci orientali. Ma la Facilità ormai ha dissolto tante capacità intellettuali e manuali, e si parla a vanvera perché così abbiamo sentito fare ogni sera, si pensa e si vive a casaccio perché così fanno tutti. Ben presto per i lavori più complessi dovremo affidarci alla gente venuta da fuori, da lontano, alle persone che hanno conosciuto la sofferenza e hanno coltivato una volontà di riscatto. Loro sanno che la Facilità è un imbroglio, lo hanno imparato sulla loro pelle. Noi continueremo a sperare di diventare calciatori e vallette, miliardari e attrici, indossatori e stilisti, e diventeremo solo dei mentecatti.
MARCO LODOLI


Per facilità (!!), e violando di sicuro qualche norma sulla privacy, vi ho copiato un articolo del 2002 tratto da qui http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/11/06/miei-ragazzi-insidiati-dal-demone-della.html




martedì 24 febbraio 2015

"Realismo", "verismo"...



«Si racconta che un giorno un uomo abbia criticato Picasso per la sua arte poco realistica. Allora l’artista gli chiese: “Mi può mostrare dell’arte realistica?” L’uomo gli mostrò la foto della moglie. Picasso osservò: “Quindi sua moglie è alta cinque centimetri, bidimensionale, senza braccia né gambe, e senza colori tranne  sfumature di grigio?"»

Dal bel blog didatticarte.it un bel post sulla rappresentazione della realtà.



giovedì 19 febbraio 2015

Qualche consiglio di lettura (non mio)!

Secondo The Guardian, i 100 romanzi - in ordine cronologico - più belli di sempre. Esclusi Manzoni, Verga, Svevo (ma è facile capire perchè), inclusi Orwell, Salinger, Golding (non ditemi che non vi avevo avvertito...)! E molti altri...
E voi, quanti ne avete letto?


venerdì 13 febbraio 2015

Perchè la letteratura ci aiuta a vivere meglio (cinque buone ragioni)

Non intendo convincere nessuno che non voglia farsi convincere (non vendo aspirapolveri, nè pacchetti Sky), ma - diciamo così - il video è bello, efficace, argomentato e magari un po' qualcuno di voi ci si può ritrovare....

http://www.internazionale.it/video/2015/02/13/letteratura-alain-de-botton-video

 (Paris, Bibliothèque François Mitterrand)

giovedì 5 febbraio 2015

I droni ci hanno cambiato per sempre (per Riccardo B, e non solo)


Questo natale i droni di piccole dimensioni sono stati, negli Stati Uniti, tra i regali più popolari sotto l’albero: secondo i produttori durante le vacanze sono stati venduti duecentomila nuovi veicoli aerei a pilotaggio remoto. Laddove la rapida infiltrazione dei droni nell’ambito ludico riflette chiaramente il fatto che essi siano diventati un’arma comune tra le forze armate, la loro presenza sugli scaffali di Wallmart serve a normalizzare il loro dispiegamento in ambito militare....
Leggete tutto l'articolo, davvero interessante!

venerdì 30 gennaio 2015

Moi, je ne suis pas Charlie...

La notizia (vera) è questa: a Nizza un bambino francese di otto anni, di otto anni, è stato portato in questura e interrogato dai gendarmi perchè a scuola si è rifiutato di sottoscrivere l'ormai stranota frase "Je suis Charlie".
L'analisi che oggi si trovava nel quotidiano «La Stampa» è davvero acuta, intelligente, ben strutturata. Un articolo profondo a partire da un piccolo (?) fatto di cronaca.

mercoledì 28 gennaio 2015

Sulle immagini e l'esercizio della (giornata della) memoria

Il (molto) perturbante speciale di Rai Storia sui campi di sterminio, a partire dalle riprese originali di un cineamatore sovietico entrato ad Auschwitz il 27 gennaio 1945...

...E le riflessioni di Susan Sontag di cui ho parlato in classe:

da Davanti al dolore degli altri (2003)



Ma l'immagine fotografica, anche nella misura in cui è una traccia, non è mai solo il trasparente ricordo di un evento. E' sempre un'immagine che qualcuno ha scelto: fotografare significa inquadrare, e inquadrare significa escludere. (p. 40)

Anche nell'era dei modelli cibernetici, la mente continua ad apparirci, come gli antichi la immaginavano, uno spazio interiore - simile a un teatro - in cui visualizziamo delle immagini che ci consentono di ricordare. Il problema non sta nel fatto che ricordiamo grazie alle fotografie, ma che ricordiamo solo quelle. Il ricordo attraverso le fotografie eclissa altre forme di comprensione, e di ricordo. [...] Le foto strazianti non perdono necessariamente la loro forza e il loro impatto. Ma non sono di grande aiuto, se il nostro compito è quello di capire. (pp. 77-78)

Possiamo anche sentirci obbligati a guardare fotografie che documentano grandi crimini e crudeltà. Ma dovremmo sentirci altrettanto obbligati a riflettere su quel che significa guardarle, sulla capacità di assimilare realmente ciò che esse mostrano. Non tutte le reazioni suscitate da tali immagini sono controllate dalla ragione e dalla coscienza. La maggior parte delle rappresentazioni di corpi martoriati e mutilati suscitano in effetti un interesse pruriginoso [...] Qualunque immagine mostri la violazione di un corpo attraente [di un giovane, di un bambino: attraente in senso lato] è, in una certa misura, pornografica. Anche le immagini ripugnanti possono affascinare. Tutti sanno che a rallentare il traffico davanti a un terribile incidente automobilistico non è soltanto la curiosità. in molti casi si tratta anche del desiderio di vedere qualcosa di raccapricciante. (p. 83)

La compassione è un'emozione instabile. Ha bisogno di essere tradotta in azione, altrimenti inaridisce. La questione è che cosa fare delle emozioni così [cioè attraverso le immagini] suscitate, delle informazioni così trasmesse. Se pensiamo che «noi» non possiamo fare niente - ma chi sono poi questi «noi» [...] allora cominciamo ad annoiarci, a diventare cinici, apatici.
Non è detto che lasciarsi commuovere sia meglio. Il sentimentalismo, come è tristemente noto, è del tutto compatibile con la propensione alla brutalità o ad atti ben peggiori. (Pensate al classico esempio del comandante di Auschwitz che la sera rientra a casa, abbraccia moglie e figli e si siede al pianoforte per suonare un po' di Schubert prima di cena.) La gente non si assuefà a quel che le viene mostrato - se così si può descrivere ciò che accade - a causa della quantità di immagini da cui è sommersa. È la passività che ottunde i sentimenti. Le condizioni a cui diamo il nome di apatia, o di anestesia morale e emotiva, in realtà traboccano di sentimenti: ciò che si prova è rabbia e frustrazione. Ma se dovessimo stabilire quali emozioni siano auspicabili, sarebbe forse troppo semplice optare per la compassione. L'immaginaria partecipazione alle sofferenze degli altri promessaci dalle immagini suggerisce l'esistenza tra chi soffre in luoghi lontani - in primo piano sui nostri schermi televisivi - e gli spettatori privilegiati di un legame che non è affatto autentico, ma è un'ulteriore mistificazione del nostro rapporto con il potere. Fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. E può quindi essere (a dispetto delle nostre migliori intenzioni) una reazione sconveniente, se non del tutto inopportuna. Sarebbe meglio mettere da parte la compassione che accordiamo alle vittime della guerra e di politiche criminali per riflettere su come i nostri privilegi si collocano sulla carta geografica delle loro sofferenze e possono - in modi che preferiremmo non immaginare - essere connessi a tali sofferenze, dal momento che la ricchezza di alcuni può implicare l'indigenza di altri. Ma per un compito del genere le immagini dolorose e commoventi possono solo fornire una scintilla iniziale (pp. 88-89)

Nel primo dei sei saggi contenuti in Sulla fotografia (1977), sostenevo che un evento conosciuto attraverso le fotografie diventa certamente più reale di quanto lo sarebbe stato se non le avessimo mai viste, ma finisce per diventare meno reale quando si è ripetutamente esposti a quelle immagini. [...] Un'immagine è privata della sua forza dal modo in cui viene utilizzata, dal luogo in cui viene vista e dalla frequenza con cui appare. (p. 92)