venerdì 20 gennaio 2017

Questioni per il 2017

Gli snodi cruciali dell'anno, e forse del decennio - almeno - sono questi: ecologia e migrazioni. A cui certo molti altri si ricollegano: digitale, educazione, informazione, globalizzazione, pace. Due begli articoli, perciò, per iniziare.

Analfabeti di stagioni e di luoghi

Editoriale de «il manifesto», 20 gennaio 2017


Si intitolava Una coscienza di stagione e di luogo una preziosa conferenza che Fritjof Capra, nel 1997 tenne all’aperto nell’Edible Schoolyard, il “cortile commestibile” dell’Università di Berkeley. Si individuava come indispensabile per la sopravvivenza di tutti una ecoalfabetizzazione di massa, «la coltivazione di una coscienza di stagione e di luogo».

Della stagione noi non ci rendiamo conto, se non in occasione di catastrofi, quando ci ammaliamo, quando invecchiamo, quando la pioggia travolge gli argini dei torrenti, quando la neve abbatte effimere anche se sontuose costruzioni.

Ciò comporta, oltre tutto, un enorme problema pedagogico: negli spazi artificiali in cui li parcheggiamo, in quelli metropolitani, i bambini non sanno più riconoscere, ma soprattutto vivere, il ciclo vitale e temporale di un organismo, il ciclo di nascita, crescita, maturazione, declino, morte, e poi la nuova crescita della generazione successiva legato all’alternarsi del caldo e del freddo, dell’estate e dell’inverno.

Non hanno insomma più la struttura mentale della stagione, una struttura del ciclo e anche del limite. I sistemi metropolitani, modulati su quelli industriali, innaturali e contro Natura, hanno invece fatto acquisire, in base al pregiudizio che tutte le cose debbano crescere ed espandersi all’infinito, una struttura senza scansioni temporali, senza adattamenti temporali, senza incertezze e dissipazioni e perciò senza vere precauzioni .

È una struttura che ha influito sul senso del tempo ma anche dello spazio che non è più un luogo, ovvero uno spazio che è funzionale ma anche simbolico, e in cui l’uomo per abitare deve conseguire anche un senso di identità e di appartenenza, accumulare memoria e bellezza e armonia e relazioni di comunità e perfino un senso del sacro.

Il sacro è stato abolito nella struttura mentale moderna e certo nelle tante Facoltà per archistar si irridono (con ovvie eccezioni) quei riti magici fatti da antiche religioni e comunità non solo per propiziarsi lo spazio, ma per trasformarlo da spazio selvaggio a luogo civilizzato secondo una razionalità.

In quei riti c’era anche infatti una profonda essenza di scienza naturale finalizzata alla prevenzione e quindi rivolti ad indagare se erano adatti a quella specifica costruzione o città, quello specifico clima, quel movimento del sole, quelle specifiche condizioni del suolo, oltre alla vicinanza all’acqua e alla presenza di vegetazione.

Riti che davano un limite ed un principio di responsabilità all’abitare dell’uomo, al suo costruire, dicendogli continuamente, ossessivamente, che non era padrone, che ogni presa di possesso dello spazio non poteva essere avulsa del conoscere, curare, armonizzare.

Forte della coscienza di stagione e di luogo, la coscienza tragica dell’ecologia, invita perciò, sempre come Cassandra inascoltata, a verificare da dove venga la distruzione, a verificare se non è stato il caso ma proprio il desiderio di Paride a causare la sciagura.

A verificare cioè se le catastrofi naturali siano proprio naturali, o siano il frutto di un atto umano scellerato, la conseguenza del senso mancato della stagione e del luogo. Invitano a vedere (come del resto farà la magistratura) se in quell’albergo dove si promettevano tutte le stelle del benessere artificiale, non sia venuto meno proprio al primo patto, alla prima condizione vera del benessere che è la filiazione, il rispetto, la coscienza dei limiti che l’uomo figlio deve avere nei confronti della Natura.



Fermare il flusso dei profughi è impossibile
di Guido Viale  

Fermare il flusso dei profughi che vogliono raggiungere l’Europa dall’Africa e dal Medioriente è impossibile. E’ un fenomeno che durerà decenni. Forse è possibile contenerlo e renderlo in parte reversibile. Ma questo significa aggredirne le cause: guerre, deterioramento ambientale provocato dai cambiamenti climatici e dalla rapina delle risorse locali, miseria e sfruttamento delle popolazioni.

Ci vogliono molte più risorse di quelle che l’Unione europea è disposta a sborsare per indurre gli Stati di origine o di transito dei profughi a trattenerli o a riprenderseli. Ma i soldi sono il meno. Ci vogliono programmi di pacificazione e riqualificazione di quei territori: porre fine alla vendita di armi e bloccare interventi e progetti che devastano territori e comunità. L’opposto di quanto proposto da Renzi con il migration compact: un documento che le armi non le nomina nemmeno, mentre ne prosegue a pieno ritmo la vendita. Ma che vorrebbe affidare la rinascita di quei paesi alle multinazionali che li devastano: le due che nomina sono Eni ed Edf, la società petrolifera italiana responsabile dello scempio nel delta del Niger e la società elettrica francese che alimenta le sue 56 centrali nucleari con l’uranio estratto schiavizzando il Niger.
 

Ma c’è un problema ancora più a monte: chi può promuovere la pacificazione del proprio paese e la riqualificazione del suo territorio? Non certo le popolazioni rimaste là: se ne avessero la capacità e la forza lo avrebbero già fatto. Meno che mai le potenze che guerre e devastazioni le stanno alimentando.

Le forze che possono promuovere iniziative del genere sono le comunità migranti già insediate da noi e i tanti profughi che sono riusciti a varcare i confini della “fortezza Europa”. Molti di loro, soprattutto coloro che sono fuggiti da una guerra, vorrebbero fare ritorno nei loro paesi di origine se solo ce ne fossero le condizioni. Molti altri sono pronti a farlo in un contesto di collaborazione tra paesi di origine e paesi di arrivo.
 

Tutti comunque conoscono i loro territori e le loro comunità di origine molto meglio di qualsiasi cooperante europeo. Adeguatamente supportate, non manca certo loro la capacità di individuare le soluzioni per ristabilire la pace, riqualificare il territorio, ricostituire le comunità dei loro paesi. La rinascita dell’Africa e del Medioriente avrà un riferimento irrinunciabile nelle comunità già presenti in Europa, una volta messe in grado di organizzarsi e di far sentire la loro voce, o non sarà.
 

Per questo il modo in cui profughi e migranti vengono accolti, inseriti nel tessuto sociale e valorizzati per il contributo che possono dare alla soluzione dei problemi che li hanno spinti a emigrare o a fuggire è l’unico modo serio per gestire un processo che l’Europa non sa affrontare; ma che la frantuma e la contrappone al mondo in fiamme da cui è circondata.
 

Ma non è tutto. L’Europa dovrà confrontarsi in forme sempre più acute con un terrorismo che viene dall’esterno, ma che recluta i suoi adepti soprattutto tra le comunità migranti già insediate al suo interno. Respingere i profughi nei paesi di origine o di transito significa rispedirli tra le braccia delle forze da cui hanno cercato di fuggire, rafforzarne le file, offrire carne da macello al loro reclutamento.
 

Bistrattare profughi al loro arrivo o trattare chi è già insediato tra noi come un corpo estraneo o un nemico significa promuovere il reclutamento di nuovi terroristi. Anche in questo caso la strada da seguire passa per le comunità di profughi e migranti già presenti o in arrivo in Europa. Parlano le stesse lingue, ne conoscono abitudini e atteggiamenti, frequentano o incrociano facilmente i connazionali che stanno imboccando la strada dello stragismo. Possono individuarli o bloccarli meglio di qualsiasi apparato di “intelligence”, che certo non ha da restare con le mani in mano. O, viceversa, possono essere, con una tacita connivenza, il loro brodo di coltura. La lotta contro il terrorismo passa inevitabilmente attraverso l’instaurazione di rapporti solidali con le comunità migranti.
 

Altre strade non ci sono. Chi prospetta i respingimenti come soluzione di entrambi i “problemi”, profughi e terrorismo – presentandoli per di più come legati, mentre non c’è maggior nemico del terrore di chi è fuggito da una guerra o da una banda di predoni – inganna sé e il prossimo. Un blocco navale per riportarli in Libia? Bisognerebbe conquistare anche tutta la costa libica, come ai tempi di quell’Impero che chi prospetta questa soluzione forse rimpiange. E poi gestire in loco i campi di concentramento; o di sterminio. O affidarsi a un accordo con le autorità locali, che per ora non hanno alcun potere né alcun interesse ad assumere un ruolo del genere se non lautamente retribuiti (come la Turchia). Per poi minacciare in ogni momento di aprire le dighe (come aveva fatto a suo tempo Gheddafi e come minaccia di fare Erdogan) se non vengono soddisfatte le loro pretese, ogni volta più pesanti e umilianti per tutta l’Europa.

Considerazioni che valgono per tutti i paesi con cui il Governo italiano ha siglato o vuole siglare accordi del genere. Nel migliore dei casi le persone trattenute o “rimpatriate” riprenderanno la strada del deserto e del mare appena possibile. Nel peggiore…
 

Autorità, politici e media non spiegano che cosa significa riportare i profughi nei paesi di origine o di transito, posto che sia possibile. Intanto costa carissimo: tra viaggio, Cie resuscitati col plauso dell’Europa, costo degli accordi, apparati polizieschi e giudiziari, più di quanto basterebbe per dare casa, istruzione e lavoro a ognuno dei profughi da rimpatriare. Infatti lo si fa con pochissimi. Agli altri a cui non si riconosce il diritto di restare, si consegna un foglio di via intimandogli di abbandonare il paese entro sette giorni: senza soldi, senza documenti, senza conoscere la lingua, senza alcuna relazione con la popolazione. Vuol dire metterli per strada, consegnarli al lavoro nero; o alla criminalità, allo spaccio e alla prostituzione; o, cosa da non trascurare, al reclutamento jihadista. L’appello a impossibili respingimenti crea solo illegalità, criminalità, terrorismo.
 

Ma che succede nei paesi dove si vorrebbe rispedire gli esseri umani da fermare sul bagnasciuga dell’Africa o del Medioriente? Saperlo non è difficile e chi finge di ignorarlo se ne rende corresponsabile. Succede che i morti nell’attraversamento del deserto sono più di quelli (5.000 solo nel 2016) naufragati nel Mediterraneo. Ma gli uomini, le donne e i bambini che sopravvivono a quella traversata sono fatti oggetto di stupri, rapine, schiavitù e sfruttamento di ogni genere; o vengono imprigionati in locali al cui confronto Cona e Mineo sono Grand Hotel: affamati, maltrattati e umiliati in ogni modo.

E’ questa la soluzione? Quella finale? Condannarli a una fine del genere è cosa di cui domani i nostri figli e nipoti ci chiederanno conto. E i popoli respinti anche: e in modo tutt’altro che delicato.

lunedì 28 novembre 2016

giovedì 24 novembre 2016

All'ombra dei cipressi

Vincent Van Gogh, Strada con cipressi e cielo stellato, 1890


Di cipressi si parlava: il pezzo di Angela Borghesi su «Doppiozero» è interessante e ci porta fino a Van Gogh!
Di radici "non disturbanti" parla invece, più prosaicamente, Wikipedia:

Usi

È l'albero tipico dei cimiteri perché le sue radici, scendendo a fuso nella terra in profondità invece che svilupparsi in orizzontale (come per le querce e gli altri alberi a chioma larga), non danno luogo a interferenze con le sepolture circostanti.

martedì 25 ottobre 2016

Il peccato originale dell'economia


Leonardo Becchetti«Avvenire», martedì 25 ottobre 2016

Il lavoro sempre più voucherizzato, i call center in crisi perché i precari non lo sono abbastanza, i fattorini di Foodora che portano la pizza a domicilio a salari stracciati e capiscono che l’unica disperata forma di protesta che può far presa è l’appello ai consumatori a non comprare i loro prodotti. Che cosa sta succedendo? Guardatevi intorno e vedrete nei paesaggi delle nostre città e delle nostre periferie il trionfo dell’economia e contemporaneamente il suo fallimento nel regalarci felicità e pienezza di senso di vita. Fallimento figlio del suo grave peccato originale. Distese senza fine di ipermercati, centri commerciali e negozi traboccanti di prodotti di ogni genere, colmi di tutte le varietà possibili vendute a prezzi stracciati, al massimo del sottocosto possibile.

Il mondo è diventato esattamente ciò che quel gruppo di filosofi morali che inventò l’economia moderna più di due secoli fa voleva che diventasse: il trionfo del consumatore. L’obiettivo era nobilissimo e tutt’altro che meschino: rendere l’umanità felice. Il risultato assolutamente di successo se valutato in termini di coerenza con le premesse. Peccato però che la funzione di felicità utilizzata (l’ipotesi su cosa rendesse l’uomo felice) fosse sbagliata. I fondatori dell’economia partirono infatti da un’ipotesi allora non verificabile empiricamente e rivelatasi poi del tutto fallace: una visione di uomo (l’homo economicus) la cui funzione di utilità/felicità indicava come principale, se non unica, fonte di soddisfazione l’aumento dei beni acquistabili date le proprie possibilità di spesa: in parole povere la felicità vuol dire rendere sempre più pieno il carrello del supermercato (il «paniere dei beni» usando il linguaggio più antico con cui si insegna l’economia all’università). Sarebbe stata la concorrenza di mercato lo strumento decisivo per condurci al paradiso date queste premesse e questa funzione, ovvero quella mano invisibile capace di trasformare l’avidità dei singoli produttori in una corsa al ribasso dei prezzi che avrebbe generato il massimo surplus dei consumatori. Una somma di avidità trasformata automaticamente in bene di tutti dalla mano invisibile del mercato.
È andata esattamente così. Peccato – come si diceva – che qualche tempo dopo gli studi empirici sulla felicità (e forse sarebbe bastato il buon senso comune smarrito) hanno cominciato a smentire clamorosamente le premesse ipotizzate dai fondatori dell’economia. Questi studi ci dicono quasi unanimemente che la felicità degli esseri umani non dipende affatto dalla quantità di beni consumati quanto piuttosto dalla nostra generatività, dalla qualità della nostra vita di relazioni, dalla dignità e creatività del nostro lavoro, dalla bellezza dell’ambiente in cui viviamo dalla nostra salute. 
Il paradosso in cui viviamo è che gli effetti indiretti della prodigiosa macchina messa in moto per produrre il massimo numero e varietà di beni ai minori prezzi possibili, figli di una teoria che ha messo fuori dai radar tutto quello che è fondamentale per vivere (relazioni, bellezza e qualità dell’ambiente, dignità del lavoro, salute), ha avuto purtroppo molto spesso l’effetto di produrre effetti indiretti negativi su tutte queste altre dimensioni ignorate, ma in realtà fondamentali per la nostra felicità. Abbiamo imparato tristemente a nostre spese che dietro il sottocosto (il prezzo basso non-importa-come) c’è molto spesso lo sfruttamento del lavoro, i rischi per la salute, la distruzione della sostenibilità ambientale, la messa in secondo piano della vita di relazioni. Il peccato originale degli economisti ci ha portato a vivere in una società dove siamo quasi onnipotenti, viziati e compulsivi come consumatori, ma sempre più fragili e a rischio come lavoratori, crescentemente poveri di relazioni e alla disperata ricerca di soluzioni per tutelare qualità ambientale e salute.
Come si può intervenire per correggere il bug, l’errore iniziale di programmazione di questa macchina? In estrema sintesi mettendoci gli occhiali giusti per misurare il benessere e prendendo il toro per le corna. Utilizzando cioè il massimo potere che il sistema ci dà, quello di scegliere cosa consumare e risparmiare, "votando col portafoglio" – come non mi stanco di ripetere – per riequilibrare il tutto, ridando valore e dignità al valore delle dimensioni invisibili, ma fondamentali, per il senso del nostro vivere. Dobbiamo pertanto pretendere prima di essere informati nel modo migliore possibile, per scovare poi il valore ambientale, relazionale, di dignità di lavoro e di salute incorporato nei prodotti e premiare con le nostre scelte quelli all’avanguardia in queste dimensioni. È il mercato il dominus e il mondo lo cambiamo solo cambiando il mercato. Accorgendoci che in fondo non è un’entità astratta e lontana perché il mercato siamo noi quando consumiamo e risparmiamo.
Gli ingredienti di un futuro migliore già esistono e stanno crescendo: indicatori di benessere equosostenibile, finanza e banche etiche, commercio solidale, imprese sociali e cooperative vecchie e nuove, benefit corporation, gratuità e dono che escono dalle dimensione squisitamente religiosa e diventano sempre più elementi centrali e fondamentali della vita sociale ed economica. Vanno accompagnati da una battaglia culturale sui media e sui social per sconfiggere rancore e "passioni tristi" ispirate da insicurezza sociale e povertà spirituale per rendere tutti consapevoli del potenziale enorme di cambiamento che è nelle nostre mani. La sfida è già iniziata. E tempo di prenderla sul serio.

lunedì 11 luglio 2016

Nuovi umanisti (ovvero, mestieri inaspettati e a portata di mano)

Sto finalmente chiudendo gli esami di maturità al Liceo «Alberti» di Cagliari.

A occhio e croce il 90% dei candidati si iscriverà (o vorrebbe iscriversi) in una delle opzioni della facoltà di Ingegneria. Gli altri tenteranno Medicina. Pubblico questo pezzo del solito «Domenica - Sole24Ore» perchè è importante ricordarsi che si può essere al passo coi tempi anche facendo scelte diverse, infinitamente diverse e infinitamente più libere e creative; perchè di tutti questi ingegneri finiremo per non farcene nulla, mentre di umanisti intelligenti e critici - anche nei confronti delle nuove tecnologie, che pure sono fondamentali - c'è e ci sarà sempre tanto bisogno.

Uomini non banali: padre Roberto Busa (1913-2011)

  Umanisti scann(erizz)ati

di Lorenzo Tomasin (7 luglio 2016)

C'era una volta un gesuita vicentino, padre Roberto Busa (nato nel 1913, è morto da non molto, a novantasette anni), che bussava alle porte degli esperti di informatica e di quella che all’epoca si chiamava cibernetica presentando il suo progetto di ricerca, rivoluzionario per l’epoca: l’idea di applicare mezzi tecnici e computazionali allo studio dei testi che gli interessavano, cioè gli Opera Omnia di Tommaso d’Aquino, troppo estesi per essere letti e studiati con i metodi tradizionali e “manuali” della ricerca testuale. Padre Busa è considerato oggi uno dei benemeriti fondatori della linguistica computazionale e in generale dell’informatica umanistica, cioè – almeno nella sua configurazione iniziale – di una branca degli studi nella quale contenuti e metodi della cultura umanistica si servono di mezzi informatici per realizzare i propri obiettivi.


Al giorno d’oggi, fa informatica umanistica chiunque interroghi la grande biblioteca virtuale messa a punto da Google con una campagna di massiccia digitalizzazione dei libri di biblioteche sparse in tutto il mondo, e resa mirabilmente accessibile a chiunque in qualsiasi angolo del pianeta raggiunto da una connessione a internet. A livello ancora più semplice, anzi, sta facendo informatica umanistica persino l’autore di queste righe, impiegando un comune programma di videoscrittura per la confezione di un testo, con tutte le funzioni di interrogazione, riordino e messa in forma che a quel programma sono collegate. Vista così, si tratta in fondo di un’esperienza quotidiana, seppure scalare, per qualunque persona di cultura. Se dall’amatore ci si volge al professionista, che studi le opere di Melantone o la poesia elisabettiana, il pensiero di Leopardi o l’archeologia ittita, il ricercatore delle scienze umane è, come qualsiasi scienziato, un utente abituale e spesso appassionato degli strumenti informatici, dei quali ovviamente non può fare a meno, tanto che sarebbe ormai impossibile individuare un àmbito del sapere che non sia utilmente pervaso dalle tecniche prodotte dalla ricerca applicata, ingegneristica.



C’è però una novità negli sviluppi più recenti delle scienze umane, che rischia di essere sottovalutata o fraintesa dai molti entusiasti fautori del connubio tra ingegneria informatica e Lettere – oggi ben più diffusi e rumorosi rispetto ai tempi di padre Busa, che come molti gesuiti ha fatto scuola ben al di là di quanto fosse ragionevolmente prevedibile (o forse auspicabile). La novità consiste nel progressivo mutamento per cui dall’essere concepite come mezzi al servizio di discipline e di metodi elaborati attraverso i secoli, le risorse tecnologiche e digitali sono divenute in molti casi obiettivi o elementi centrali della ricerca di base, e in particolare di parti sempre più ampie di quella umanistica. Cioè concretamente della storia, della letteratura, della filologia, della storia dell’arte... Le conseguenze del progressivo mutamento di prospettiva per cui da strumenti (in quanto prodotti tipici della tecnica) i ritrovati informatici si sono mutati nei fini di una ricerca tipicamente non applicata come quella umanistica, si scorgono bene nello sviluppo impetuoso che le digital humanities, come le si chiama oggi, hanno avuto negli ultimi anni in quanto disciplina autonoma e trasversale, sempre più svettante nel panorama delle humanities in genere.I riflessi più concreti di tale spostamento di asse si osservano nei criteri con cui la ricerca umanistica viene finanziata da molti enti pubblici che dovrebbero vedere in essa uno dei più tipici destinatari d’un investimento libero da preoccupazioni immediatamente applicative o addirittura commerciali.

È noto che sia a livello europeo sia a livello di molte singole nazioni, la ricerca scientifica ha oggi tanto maggiori probabilità di intercettare fondi pubblici quanto più forte è la sua componente informatico-tecnologica, persino nel campo delle scienze umane. Cosicché un progetto che, mettiamo, aumenti di pochissimo la conoscenza dei dati storici o la loro interpretazione, ma potenzî la loro interazione con innovativi strumenti tecnologici ha maggiori probabilità di successo di un progetto altamente innovativo sul piano storiografico, ma irrelato da particolari sviluppi tecnici. E un progetto di ricerca basato, poniamo, sul trattamento dei big data o sulla visualizzazione virtuale di contenuti letterari o artistici, ha buone chances di essere valutato come un prodotto della ricerca umanistica per via dei suoi contenuti, i quali tuttavia sono null’altro che pretestuosi banchi di prova per la messa a punto di tecnologie trasferibili indifferentemente all’indagine di flussi commerciali o alla compilazione di nuovi videogiochi. Ecco così assurgere al rango di progetti di ricerca scientifica un programma che renda percorribile, anzi navigabile, un luogo del passato in forme simili a Google street view, o un software capace di ricostruire automaticamente, in base alle ricorrenze di nomi e parole-chiave, le relazioni tra i personaggi di un ponderoso romanzo russo, naturalmente senza bisogno di leggerlo. Gli esempi non sono, purtroppo, fittizi.

Siamo nei distretti di una ricerca umanistica divenuta caricaturale, che stentando ad affermare l’autonoma dignità e la vitale importanza dei suoi contenuti s’attacca pigramente al carro della tecnologia tentando d’affermare l’attualità e la spendibilità dei propri contenuti. Inutile ricordare che il ragionamento corretto dovrebbe essere l’opposto: quello per cui la ricerca applicata sarebbe piuttosto tenuta a giustificare la propria utilità strumentale rispetto a saperi per definizione privi di un’immediata applicazione, ma (meglio: e perciò) scientificamente fondamentali. Per questa via, committenti (scienziati, umanisti) ed esecutori (tecnici) si scambiano i ruoli, e l’agenda di molte discipline viene riscritta, con discontinua nozione dei loro metodi e obiettivi, da informatici fattisi cultori di varia umanità. A pratiche antiche come la lettura, l’analisi, la discussione, si preferiscono tecniche quali la scansione, la visualizzazione, l’automazione, che relegano alla fruizione meramente aneddotica contenuti del tutto intercambiabili, scelti solo a motivo della loro gradevolezza, popolarità o mediatica attrattività. Trasformati, insomma, da fini in mezzi occasionali. Pur evitando di cadere in indebite generalizzazioni o in eccessi di reazione, si tratta pur sempre di una tendenza della quale è bene stare in guardia.

giovedì 30 giugno 2016

Dell'algoritmo etico

Un interessante articolo di oggi, variazione e proiezione tecnologica del classico dilemma etico "del carrello" (sul quale, ad esempio si può leggere un bel pezzo qui)

Dalle leggi della robotica di Asimov a oggi: agli algoritmi serve un'etica

di Simone Cosimi (da «La Repubblica» di oggi, 30/06/2016)

QUALCHE giorno fa ha fatto molto discutere la notizia sul robot in grado di violare la prima “legge della robotica” teorizzata da Isaac Asimov nei suoi romanzi fantascientifici. Costruito da un ingegnere e artista dell’università di Berkeley, quel braccio robotico è stato infatti programmato per scegliere se ferire o meno un essere umano. L’altro giorno è invece saltato fuori sul web un nuovo video rilasciato da quei cervelloni della Boston Dynamics, l’azienda acquistata da Google nel 2013 dalla quale Mountain View ha tuttavia annunciato di volersi svincolare. Nella clip, al solito raggelante, si vede il nuovo cane robot “Spot Mini” imbastire un tira e molla col “padrone”, chiamiamolo così, intorno a una lattina di birra. In questo come in altri casi non dotati di una plasticità antropomorfa – dagli algoritmi ai codici con cui sono e saranno programmati i miliardi di oggetti connessi fino ai network d’intelligenza artificiale – la domanda di fondo, che tutti conoscono e nessuno riesce davvero a sciogliere, è tuttavia sempre la stessa: cosa accadrà quando l’etica umana verrà scombussolata da sistemi dotati di una serie di regole in contrasto con le nostre?
 
A dire il vero qualcuno l’allarme l’ha lanciato: l’astrofisico Stephen Hawking e il folle imprenditore Elon Musk (Telsa, Space X e così via) si sono per esempio detti molto preoccupati sui rischi legati all’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Questioni simili se le pongono in molti, dai filosofi (come lo svedese Nick Bostrom, che insegna a Oxford) alle tante grandi menti impegnate con i colossi dell’hi-tech internazionale (vedi alla voce Ray Kurzweil, in forze a Google), con esiti e posizioni ovviamente diverse. Al solito, la forchetta si muove fra apocalittici e integrati. Forse, però, una delle prime esperienze che ci porranno la questione concretamente di fronte sarà quella delle auto a guida autonoma. È intorno al cuore del codice che forniremo a quei veicoli senza pilota che si giocherà il primo tempo di questa partita. Prima che le altre forme d’intelligenza artificiale possano raggiungere livelli di cui preoccuparsi.
 
Chi salvare in caso d’incidente? Una ricerca pubblicata su Science ha spalancato ancora una volta la questione etica proponendo un quesito di fondo. Anzi, il quesito: “Supponiamo che un’auto senza conducente debba scegliere tra colpire un gruppo di pedoni o deviare e andare a sbattere danneggiando i propri passeggeri. Cosa dovrebbe fare?”. Mettere a rischio la vita dei passeggeri evitando magari una carneficina numericamente più consistente o tutelare gli occupanti ponderando, per così dire, le perdite potenziali? Le risposte dei cittadini statunitensi interpellati sul tema manifestano la frattura morale in tutta la sua profondità. Il risultato è che sarebbe sacrosanto limitare i danni ma d’altronde nessuno si mostrerebbe disponibile a farsi trasportare da un mezzo così programmato. Quasi tutti la penseremmo d’altronde così. Si apre insomma un gioco a somma zero.
 
La questione si muove ovviamente sulla scala valoriale. Per parlare davvero di etica è necessario che le macchine (stradali, robotiche o algoritmiche) siano in grado di produrne una autonoma leggendo e riordinando il mondo. Altrimenti tutto continuerà in fondo a dipendere solo da come le abbiamo programmate. Lo stesso dilemma, in un contesto diverso, si pone per esempio nel caso dei droni armati in grado di identificare autonomamente i bersagli e sparare. Insomma, per molti i veri problemi nasceranno quando i programmatori avranno davvero perso il controllo di ciò che hanno creato. Per altri, invece, la questione rimane comunque alla base: servirebbe un coding etico, cioè un modo di istruire le macchine in maniera che non possano mai arrivare a sciogliere da sole specifiche questioni. Tuttavia rimarrebbe sospeso l’ennesimo quesito: quali sono quelle specifiche questioni?
 
In altre parole, si tratta della responsabilità morale di chi scrive gli algoritmi di cui parla per esempio da tempo David Orban della Singularity University. Affronta la questione sotto diversi punti di vista, da quello finanziario all’internet delle cose. Sì, perché siamo già oggi immersi in una ragnatela di decisioni che ci sfuggono, dal trading delle Borse alle ricerche su internet fino alle mappe intelligenti che decidono come ricalcolare i nostri percorsi. L’auto autonoma sarà tuttavia l’emersione più importante della faccenda perché fisica, concreta, applicata a una dimensione capillare e portatrice di sviluppi complessi: dai software modificabili all’intreccio di normative che incroceranno legislazione, assicurazioni, acquirenti.
 
“La risposta è sì, serve un’etica dell’algoritmo e quell’etica va costruita attraverso un confronto esterno al mondo dei laboratori – risponde Giovanni Boccia Artieri, sociologo e docente di internet studies all’università di Urbino – perché deve mettere appunto in chiaro delle soglie limite sull’utilizzo delle macchine. Dovranno essere soglie universali, che si applichino oltre la singola invenzione o scoperta”. Insomma, oggi sono le driverless car, domani sarà una sempre più pervasiva intelligenza artificiale di cui magari c’innamoreremo, dopodomani chissà: “In fondo, e Asimov ne è solo un esempio, sono temi non così inediti – aggiunge Boccia Artieri – li abbiamo già affrontati. Ci si ripresentano ora che quelle sue tre leggi della robotica hanno motivo di essere implementate perché molte delle cose previste in quelli e altri romanzi sono possibili. Il punto però è uno: stavolta dobbiamo cercare di arrivare prima e non dopo. Dobbiamo sottrarre alla contingenza dei programmatori la risoluzione di queste questioni, per puntare a una visione complessiva dei valori che vogliamo non vengano intaccati dalla dittatura dell’algoritmo”. Anche perché, spesso senza accorgercene, stiamo già correndo il rischio di cambiare i nostri atteggiamenti e le nostre scelte. In un lento lavoro di mutazione: “Nel momento in cui la scarsa trasparenza degli algoritmi che ci aiutano nelle azioni di tutti i giorni diventa la normalità, cioè il nostro quotidiano, abbiamo già smarrito un pezzo dell’etica individuale”.

mercoledì 29 giugno 2016

Vanitas vanitatum et omnia vanitas

Quel che si dice un bel "saggio breve", che sembra scritto per i ragazzi di quarta, ma che è scritto per tutti noi. Tratto dal «Corriere» di ieri, è un estratto del discorso che Claudio Magris terrà giovedì 30 giugno al festival "Milanesiana" tutto incentrato sul tema della Vanità.

PS: sia chiaro, mancano le note, visto che sta su un quotidiano e cita autori notissimi, ma l'impostazione è quella decisiva!
Evert Collier, Vanitas, 1663 

C’è un abisso fra vanesio e vano. Lo dicono pure le definizioni antitetiche che il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia dà della voceVanità. «Fatuo compiacimento di sé e delle proprie capacità e doti; reali o presunte, accompagnato da ambizione, da smodato desiderio di suscitare plauso e ammirazione; eccessiva stima di sé, del proprio valore, della propria origine o estrazione; vanagloria, immodestia, presunzione; superba e sprezzante ostentazione della propria autorità». Credo che, a queste parole, sfilino davanti gli occhi della mente di ognuno di noi volti di gente famosa o di conoscenze solo personali, vip o presunti vip d’ogni genere, interi clan della politica, dei salotti, delle assemblee e, forse più rozzi e impudenti di tutti, della cosiddetta cultura e della letteratura. Ovviamente questa sfilata di pretenziose vacuità si interpone, in ognuno di noi, tra il nostro volto e lo specchio, risparmiandoci e impedendoci di vedere la nostra supponente vacuità.
Ma c’è, nella stessa pagina del Dizionario, un’altra definizione di Vanità: «Precarietà, transitorietà, labilità, caducità, durata effimera, passeggera di ciò che è destinato a perire, della vita stessa». Questa, più che Vanità, è Vanitas e ha poco a che fare con la spocchiosa presunzione; non è l’ostentazione di alcun pregio esclusivo, perché è una condizione universalmente umana ed è il sentimento della stessa. È il senso di uguaglianza di tutti gli esseri umani, soggetti al comune destino di appassire, sfiorire e svanire e di vedere appassire, sfiorire e svanire ciò che desiderano, che amano, in cui credono e che vorrebbero far loro per sempre. Boccaccio parla dello «splendore balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che dalla Vanità delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo sùbito reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla». Petrarca, accennando alla donna amata ormai vecchia, evoca «de’ vostri occhi il lume spento; / e i cape’ d’oro fin farsi d’argento».
Ma è soprattutto il Barocco a sentire — e ad amare, col senso di amare invano — le cose fugaci votate a passare e a morire. Protagonista e motore della Vanitas, per Marino è il tempo: «Un lampo è la beltà, l’etate è un’ombra, / né sa fermar l’irreparabil fuga [---]. Amor non men di lui veloci ha i vanni, / fugge co’ l fior del volto il fior degli anni». La donna è rosa che sfiorisce, il sole è vissuto e ammirato quando cala: «Così riluce il sol più dolcemente — dice un sonetto di Fabio Leonida - e meglio si vagheggia, allor che scende, / passato ‘l mezzo dì verso Occidente». La Vanitas non è solo malinconia e stanchezza, ma è anche e forse soprattutto intensità di desiderio, tanto più appassionato quanto più consapevole della caducità del proprio oggetto e di se stesso. «Così trapassa al trapassar d’un giorno — canta l’uccello dalle piume variopinte nella Gerusalemme liberata — della vita mortale e il fiore e il verde; / né, perché faccia indietro april ritorno / si rinfiora ella mai, né si rinverde. / Cogliam la rosa in sul mattino adorno / di questo dì, che tosto il seren perde; / cogliam d’amor la rosa; amiamo or quando / esser si puote riamati amando».
Questo senso della Vanitas pervade la letteratura barocca di tutta Europa; per fare solo un esempio si pensi a Góngora. «Mientras por competir con tu cabello / oro bruñido al sol relumbra en vano…, mentre per emulare i tuoi capelli / oro brunito al sole splende invano» e la poesia si conclude: «Godi collo, capelli, labbro e fronte, / prima che quanto fu / in età dorata / oro, giglio, garofano, cristallo, / non soltanto in argento o viola tronca / si muti, ma tu e tutto unitamente / in terra, fumo, polvere, ombra, niente – en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada». C’è pure un pathos della Vanitas, «labirinto» — diceva Foscolo, contestandolo — in cui dobbiamo necessariamente perderci». La Vanitas può tuttavia non solo ispirare struggente amore per le cose amate ed effimere, ma diventar essa stessa oggetto e sostanza d’amore, come accadrà soprattutto nel Decadentismo. Amare non tanto qualcuno o qualcosa, ma l’amore stesso, l’amore vano; forse pure la parola, la musica melodiosa della parola «vano» — il «desir vano» di Ariosto, melodia delle sirene del cuore.
Un grande esempio di questa poesia della Vanitas è Pascoli. Egli ama le nuvole vane forse solo perché sono vane, il suo desiderio va alla loro lieve inconsistenza, alla loro rapida caducità. Nello stupendo Ultimo viaggio deiPoemi conviviali Odisseo, giunto all’isola Eea, l’Isola di Circe, si addentra tra i boschi e le macchie, seguendo il suono della cetra di Femio, l’aedo, ma trova quest’ultimo disteso su un mucchio di foglie secche, morto. È il vento che fa suonare la cetra appesa ai rami di un albero, «così mesto il canto / n’era e così lontano e così vano». È la più grande celebrazione poetica di ciò che è vano e appare l’essenza stessa della poesia, oggetto di un amore indicibile, che non solo non si può raggiungere ma che è amore solo perché è potenziale, non ancora detto, non oggettivato: «l’amore che dormìa nel cuore, / e che destato solo allor ti muore». Si ama solo finché non si ama qualcosa o qualcuno di determinato, finché si ama la Vanitas, il desiderio. Un’eco che risuona in tanti poeti successivi, sino ai giorni nostri.
Ben altra è la Vanità di cui canta il più grande dei suoi poeti e uno dei più grandi poeti in senso assoluto, Leopardi. La leopardiana «infinita Vanità del tutto» non è il morbido o struggente fascino del fumo in cui dilegua ogni cosa e ogni sentimento. È l’asciutta, oggettiva, altissima poesia di una ferma constatazione del nulla. «Delle cose create, non rimarrà pure un vestigio, ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi l’essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi». Sia o no tutto questo effetto del «brutto / poter che, ascoso, a comun danno impera», si tratta della più alta espressione dell’universale diventar nulla in tutte le cose.
Molto è stato scritto sul pessimismo leopardiano; pochi anni fa in un incisivo, assai notevole libro di Andrea Rigoni, Leopardi diviene la chiave che introduce al tema generale e variegato della Vanità, cui il libro esplicitamente si intitola, Vanità. La prospettiva di Rigoni è vasta e include numerosi autori; se c’è la sublime Vanità di Leopardi, c’è la Vanità superficiale e facile di chi reagisce all’inconsistenza del mondo e della vita identificandosi con essa, facendone un vezzo o un distintivo di raffinata intelligenza, votandosi alla futilità con falsa civetteria, autoconvincendosi di snobbare e disprezzare la mondanità cui smania di avere accesso, fingendo con se stesso di ridacchiare delle élites in cui in realtà brama di far parte, credendosi il Narratore dellaRecherche affascinato dai Guermantes ma incapace, a differenza dal narratore proustiano, di capire che i Guermantes sono sin dall’inizio, già da sempre, i Verdurin.
Nel sentimento e nella rappresentazione leopardiana della Vanità del tutto si avverte, asciutto e classicamente dominato, il profondo dolore per questa Vanità, l’impossibile desiderio — percepito come vano ma non perciò meno doloroso — che la vita sia diversa. L’altissima poesia leopardiana della Vanità del tutto non ammette né struggimenti per la Vanitas né civetterie salottiere. «Vaghe stelle dell’Orsa io non credea…». Esattamente l’opposto del pessimismo compiaciuto e soddisfatto, e dunque filisteo, di un Cioran, pienamente a suo agio nella proclamazione del nulla e abile nel mascherare la gratificante banalità in una maschera di Vanità che, proprio presentandosi volutamente e anzi esibendosi volutamente come tale, suggerisca e faccia supporre dolorose profondità dissimulate nel fatuo cinismo della conversazione mondana.